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   Cultura Società Economia

martedì 29 marzo 2016

Cercasi laicità

di Luigi Di Placido

I diritti civili sono unfondamento dello Stato moderno, con radici millenarie: i diritti del civesromanus, la Magna Charta, l’Habeas Corpus, il Bill of Rights, la Dichiarazionedei diritti dell’uomo, la Costituzione degli Stati Uniti d’America costituisconoun continuum che contraddistingue la storia della civiltà.

I diritti “naturali” divengono“civili” quando i principi filosofici generali vengono codificati come insiemedi regole che disciplina la convivenza sociale: non se ne ha dirittosolo perché uomini, ma perché si fa parte di un corpo sociale che si riconoscenelle regole stabilite per proteggere proprio quel corpo (secondo ladefinizione di John Locke).

Oggi possono sembrareun’acquisizione ormai scontata, perché non è più pensabile di poter rinunciare,ad esempio, al diritto di voto, o di espressione, o di stampa. In Italia,questa sorta di assuefazione ha portato al paradosso che sembra ci si possaaccontentare dell’esistente, come se quanto ottenuto sia ciò che è ritenutofondamentale, mentre il resto non venga giudicato tale proprio perché nondisponibile. Possiamo infatti dire che nel nostro Paese i diritti civili intesiin chiave moderna esistano veramente? La mia risposta è: certamente no. Certo,non si può negare che ci siano elezioni, mezzi di informazione, partiti eassociazioni, proprietà privata. Ma può bastare questo?
Oppure è un precipitato della storia millenaria che ci facciamo bastare per nonfare i conti con la declinazione moderna di “Stato di diritto”? Negli ultimimesi abbiamo acquisito familiarità con cartine geografiche dell’Europa nelle qualii singoli Paesi sono contraddistinti da colori diversi a seconda del loro gradodi riconoscimento di quei diritti civili che più connotano l’evoluzionesociale e culturale.

Se mai ce ne fosse stato bisogno,scorrere tali cartine ha confermato in maniera plastica l’arretratezza dellasituazione italiana.

Siamo la patria del diritto, maabbiamo perso da tempo la preminenza che la storia ci assegna.
Unioni di fatto, testamento biologico, eutanasia, ricerca scientifica, fino adarrivare al sistema carcerario: tutti argomenti che, nel nostro Paese sonostati trattati con pregiudizio, strabismo, dilettantismo.
Basti qualche esempio: la sciagurata legge 40 del 2004, approvata contro leindicazione della comunità scientifica, che ha reso difficilissima la fecondazioneassistita e pressoché impossibile la ricerca sulle cellule staminaliembrionali, le più promettenti per la cura di malattie come la SLA;l’incapacità di definire una regolamentazione del fine vita in grado diimpedire tristi vicende come quella di Eluana Englaro; la situazione dellecarceri, per la quale siamo già stati più volte condannati dall’Unione Europeaper la qualità della permanenza nelle strutture e la mancanza dell’aspettoriabilitativo; la mancata regolamentazione delle unioni di fatto, passata pervari acronimi (PACS, DICO) tutti miseramente falliti.

Per cercare di trovare unaspiegazione a questo stato di cose, faccio ricorso a due considerazioni: ladebolezza della politica, la debolezza della laicità.

La politica non è più in grado di affrontare queste sfide.

C’è stato un periodo nel qualeuna forte spinta riformista partita dalla società, costrinse la politica adaffrontare argomenti ritenuti (fino ad allora) tabù: mi riferisco aglianni ’70, con le grandi conquiste del divorzio e dell’aborto.

Seppure la Chiesa e la DC siopponessero strenuamente, e addirittura anche il PCI si caratterizzasse almenoinizialmente per uno scarso coinvolgimento, il clima sociale creatosi eratale per cui era impossibile fare finta di niente, spostando ulteriormente inavanti l’orologio delle decisioni.
La politica di quei tempi sapeva coinvolgere, sapeva argomentare, aveva unavisione, grazie anche alle forze laiche e radicali che, indipendentemente dalpeso numerico elettorale, costituivano un grande bacino ideale e dicontenuti (bacino, del quale, oggi si sente grande mancanza).
La società si sentiva coinvolta dalle sfide civili perché l’impegno, seppure insenso lato, era vissuto come un arricchimento e trovava una sua canalizzazionein una politica che, pur mostrando già segni di cedimento, era ancora ingrado di “scaldare i cuori”.

Oggi non è più così, e taleconstatazione deve provocare forte preoccupazione verso una politica che è unospecchio sempre più deformato della nostra società (anch’essa, peraltro,decisamente deterioratasi), il cui difetto più grave è quello di non riuscire aleggere oltre il contingente, oltre l’interesse spicciolo e personale, oltre altramonto di giornata.

La recentissima vicenda delcosiddetto DDL Cirinnà è lì come un macigno, pesante più di mille e milleparole: nel 2016 le coppie di fatto e i loro rapporti non sonoancora riconosciuti.
Mesi e mesi di dibattiti e confronti hanno prodotto un disegno di legge checompie certamente alcuni passi in avanti, ma che non ha il coraggio di dare unarisposta definitiva ad una esigenza che non è quella degli omosessuali odi qualche presunta lobby, ma assume semplicemente (se solo lo si capisse) ilcarattere di una presa d’atto della diversa conformazione della nostra società.
Come è possibile che si finga di non vedere l’aberrazione del voler fareclassifiche sull’amore tra due persone, ritenendole degne di diritti solo inalcuni casi, e derubricandone altri solo a deviazioni o irresponsabilità?Può l’amore avere diritti se consacrato, ed essere solamente “tollerato” setale consacrazione manca? Vale meno l’amore della forma nella quale lo siesplicita? Come si può pensare che possa esistere ancora un problema di“equiparazione”?

Come è possibile che l’amore perun bambino e l’innato istinto alla genitorialità vengano subordinati al sesso oallo stato civile di chi lo manifesta? Abbiamo vissuto l’ennesimo tristecompromesso al ribasso, condito da una dose da cavallo di improvvisazione chesi cerca poi di trasformare in colpa da addossare all’avversario politicoche non ha capito o ha agito strumentalmente.
A forza di stralci e di tagli, forse non si otterrà neanche il minimosindacale, e continueranno ad esserci cittadini e cittadine che pagano le tassema che non possono assistere chi amano, o vedersi girato un contratto diaffitto, o adottare un bambino previe tutte le verifiche del caso(evidentemente c’è chi pensa che gli orfanotrofi siano unasoluzione migliore).

La speranza è che questodibattito, pur viziato e sbilenco, avvicini la consapevolezza di come non siaancora possibile decidere della propria morte, o non sia ancorapossibile fare vera ricerca scientifica, o non sia ancora possibile avereuna fecondazione assistita in caso la natura non lo permetta (sempre che non siaccetti l’idea in base alla quale c’è un disegno superiore che vuole ciò).
Perché ogni volta si cerca l’iperbole: l’adozione apre la strada all’utero inaffitto, la fecondazione assistita apre la strada all’eugenetica, ilriconoscimento delle unioni civili apre alla disgregazione della società.

AAA cercasi laicità

Dietro alle iperboli, in realtà,c’è una clamorosa assenza di laicità.
“La legge non sta sulle ginocchia di un Dio, ma nelle mani degli esseri umani”,diceva Giordano Bruno, uno che è stato bruciato vivo per rivendicarne lanecessità.Il concetto stesso di laicità è a molti sconosciuto, pur essendo ilfondamento più solido per una convivenza civile.

Laico è colui che non ha dogmi esoluzioni precostituite, diceva Giovanni Spadolini.
Laico è colui che ritiene la libertà personale e altrui elementoimprescindibile, finché non danneggia sé e gli altri; è colui che sa che averediritti comporta accettare doveri, e che proprio questi ultimi dannodiritto ai primi. 

Lo Stato non deve imporre sceltein ambito etico, ma dare la possibilità ai suoi cittadini di esercitarlesecondo le loro inclinazioni, sempre e comunque in maniera cheesse rispettino i valori fondamentali.
Obbligare ad un diritto non lo rende più tale, permettere di esercitarlo invecelo afferma.
Nel nostro Paese le sponde del Tevere sono state sempre troppo strette: troppevolte la visione confessionale ha pregiudicato un confronto sereno sui temi dirilevanza etica, e la possibilità di una ricerca scientificaall’avanguardia.

La necessaria separazione trasfera religiosa e sfera morale si è spesso persa, arrivando al contrario aidentificare la seconda con la prima, con la politica a fare a garaper raggiungere livelli più alti di identificazione.
Proprio alla luce della debolezza della politica di cui sopra, occorre unamobilitazione che, partendo dai singoli e da associazioni, rivendichi lanecessità di un salto di qualità dei procedimenti legislativi su taliargomenti, stimolando dibattiti e approfondimenti, facendo sentire il peso diquella parte di Paese che non si adegua al fatto che il giorno buono perle decisioni non arriva mai. 
L’Italia è ancora alla ricerca di un patto laico di cittadinanza democratica,nel quale i diritti sono riconosciuti e messi a disposizione di chi decide diusufruirne.

Io identifico questo patto nellafigura di Luca Coscioni, che ha dedicato la sua vita segnata dalla terribilemalattia della SLA alla rivendicazione della dignità della vita edella morte.
Scrisse: “C'era un tempo per i miracoli della fede. C'è un tempo per i miracolidella scienza. Un giorno, il mio medico potrà, lo spero, dirmi: prova adalzarti, perché forse cammini.”
Quel giorno non è ancora arrivato.

A noi laici il compito diavvicinarlo quanto più possibile.


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