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   Cultura Società Economia

mercoledì 30 marzo 2016

Forestiero è bello

di Orlando Piraccini

Comeogni città che si rispetti anche Cesena ha tra i suoi abitanti bravi studiosi,appassionati e cultori di storia patria. Ci sono stati ottimi “cronisti” nelpassato sulle rive del Savio, ma mai come adesso sta qui trionfando lascrittura su argomenti d’esclusivo interesse locale. Di tutto si narra. E ditutto esce dalle stamperie.

Diamoatto a Roberto Casalini e alla sua casa editrice di aver favorito questafioritura di produzioni librarie. Fino a qualche tempo fa di Cesena si dicevache fosse la città nella quale si vendevano più cavalletti e materiali dapittore. Tutti pretendenti artisti con l’A maiuscola, insomma, sulla viarealista tracciata dal cenacolo cesenate nell’immediato dopoguerra. Oggi,invece, più del colore sembra attirare la parola… cosa peraltro strana e che sidirebbe “à la dernière mode” nell’era dell’immagine.

Sembrerebbe,la nostra, una città affetta da libromania. La Sala Lignea della BibliotecaMalatestiana, un tempo esclusiva per fin troppo paludate presentazioni divolumi che “contavano” per la città, è ora ogni giorno “aperta” –democraticamente, si dice – alla società civile tutta presa dal piacere dellanarrazione. Tra tanti fili tematici “tirano” assai, oggi, le “vite dei cesenati”:bravi ricercatori e semplici cultori della memoria appassionatamente insieme afar ritratti dei personaggi più o meno illustri della nostra città. Siinterrogano e si citano fonti nei casi migliori, ci si affida allo spiritoromanzesco in altri. E capita alle celebrità, come nel caso del letterato Serra,di ritrovarsi perfino protagonisti di libri a fumetti.

Horitenuto necessario questo “preambolino”, per carità senz’ombra o velo dipolemica (tanto poi son sempre i lettori a stabilire i livelli di gradimento), volendosuggerire ai cultori della ricerca storica e della scrittura un qualche azzardooltre il limite del più spinto stracittadino: come quello di comporre “vite deinon cesenati”, di uomini e donne - insomma - che nel tempo hanno validamenteoperato per la città venendo da fuori.

Neverrebbe fuori un bel “catalogo” di volti famosi e di nobili gesta dall’eramalatestiana ad oggi: in tutti i campi, dalle scienze mediche a quelledell’educazione, dalle arti liberali a quelle officinali, dalle opere di bene aquelle della bellezza.

Sipotrebbe cominciare dalle cose dell’arte, che non sono (non dovrebbero essere)di marginale considerazione in una città come Cesena dalle solide tradizionifigurative. Possiamo dire noi di conoscere architetti, pittori e scultori“forestieri” che hanno eseguito per Cesena opere eccellenti? E, caso per caso, sappiamonoi quali sono stati i loro rapporti con la città? E come hanno inciso le loropresenze e le loro attività nella dimensione locale?

Formidabileregesto sarebbe!

Prendiamo,ad esempio, il più stupefacente “affresco” della città,nella cappella della venerata Madonna del Popolo nella Cattedrale. Dell’autoreben si conosce il nome, Corrado Giaquinto, d’origine molfettana. Ma non meriterebbeforse d’essere approfondita, sottolineata e divulgata la presenza in città(anche per la splendida pala del Suffragio) di questo valentissimo artista nellacui biografia ci sta l’esser stato addirittura accreditato alla corte madrilenadi Ferdinando VI? 

Oppure,prendiamo Santa Cristina, che finalmente è stata rivalutata come il “pezzo”d’architettura chiesastica più importante di Cesena. Ma del piccolo “pantheon”di via Chiaramonti, un capolavoro sostengono gli studiosi, chi può dire diconoscere l’artefice? E quali furono i suoi legami con il papa nostro Piosettimo; e come Giuseppe Valadier è riuscito a far atterrare la suaavveniristica astronave nel tessuto antico di una delle strade più patriziedella città?

Eancora, prendiamo il Bonci, che è stato tra gli ultimi dei grandi teatriottocenteschi romagnoli a sorgere. Si potrebbe fare un sondaggio tra gliabituali frequentatori di platea, palchi e loggione per sapere quanti conoscanoil nome del suo costruttore. Che pure fu architetto valente il senigalleseVincenzo Ghinelli; lui, erede della tradizione neoclassica, “resistente”rispetto allo stile purista ormai trionfante. Non meriterebbe forse d’essere unpo’ conosciuto, vita e opere, questo progettista che in fondo vive ancoradentro il suo teatro ben studiato per le esigenze del melodramma romantico edella recitazione moderna?

E,venendo ai giorni nostri, prendiamo il più bel dipinto che sia entrato a farparte delle civica raccolta d’arte. E’ di Sergio Vacchi e raffigura La pietà di Arlecchino. Risale al 1998 ed è statodonato dal maestro nel 2003 inoccasione del memorabile evento espositivo messo in scena nella nostra cittànel nome mitico di Greta Garbo. Un bel regalo, un segno d’affetto preciso dall’artistareso alla comunità cesenate, alla quale s’era accostato già alla fine deglianni ’60 con le mostre alla Galleria “Il Portico”. Si doveva dunque ricordare SergioVacchi nel momento della sua scomparsa avvenuta pochi mesi or sono, mentreinvece neppure il telegramma di rito risulta pervenuto da un Comune che purefigura tra i “sostenitori” della Fondazione di Grotti che dell’artista porta ilnome. E certo, invece, andrebbe “menzionata” la presenza di Cesena (e dellaRomagna) tra i luoghi d’arte che figurano nell’affascinante biografia diVacchi, così ricca di fatti ed incontri memorabili.

E tra le rivisitabili“vite” di non cesenati, non dovrebbe certo mancare colui che proprio allariscoperta dell’arte cesenate tanto ha dato: Francesco Arcangeli. Intanto,però, neppure per lui un pubblico cenno di ringraziamento si è levato dallacittà durante l’appena terminato anno centenario della nascita, che da tutt’Italiaè stato celebrato. 

Comedimenticare, invece, l’uscita del volumetto (oggi purtroppo introvabile!) dallostudioso bolognese curato poco più di mezzo secolo fa sulla Chiesa di SanDomenico e sulle sue opere d’arte, parte delle quali “salvate” dal parrocoDomenico Bazzocchi al tempo delle soppressioni napoleoniche. Il saggio (“Quasiuno scorcio per la vicenda pittorica cesenate”) che Arcangeli scrisse per quellachiesa, da lui considerata la vera pinacoteca cittadina, ha segnato l’inizio diun percorso conoscitivo che negli anni a venire avrebbe poi consentito la pienavalorizzazione di pittori locali come Scipione Sacco, Cristoforo Savolini,Cristoforo Serra, i due Razzani, Andrea Mainardi, ed altri fino ad allora ingiustamentedimenticati. Memorabile poi il suo studio che ha sollevato l’interesse di tantistudiosi ed appassionati d’arte sul grande dipinto della Chiesa dei Servi, con S. Carlo che risana un infermo,attribuito al celebre pittore veneziano Carlo Saraceni. C’è tanta Cesena nellabiografia di “Momi” Arcangeli: pensiamo ancora all’amicizia del critico conBiagio Dradi Maraldi o con monsignor Bagnoli. Come dire, forestiero è bello.


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