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   Cultura Società Economia

mercoledì 30 marzo 2016

Adeguare le infrastrutture in un'ottica romagnola

di Davide Buratti

La strada è stata tracciata conla sanità. Forse neppure Giuliano Zignani e Denis Ugolini, i padri dell’AslRomagna, si aspettavano che il risultato fosse ottenuto così in fretta. Nellostesso tempo però, probabilmente, ritenevano che il percorso fosse un po’ piùvirtuoso. L’organizzazione e, quindi, l’apparato sono ancora elefantiaci. Del restoera forse utopistico pensare ad uno snellimento immediato. Ma, a lungo andare,gli effetti benefici si sentiranno. Sarà un percorso lungo, ma la nave èdestinata ad arrivare in porto ed anche se ha navigato in mari più o menotempestosi non ne risentirà. Il tutto perché la filosofia di fondo è giusta:una filosofia romagnola. Poi la si può chiamare come si vuole, da area vasta aRomagna city va tutto bene. L’importante è che si ragioni in ambito romagnolo.

Però se proprio vogliamo avereun’ottica romagnola, per prima cosa dobbiamo adeguare le infrastrutture. Apartire dalle strade. Non è un segreto per nessuno che la Romagna difetta dalpunto di vista dei collegamenti stradali. Vanno bene le cose fra Cesena eRavenna, grazie alla E45 che, con tutti i suoi limiti strutturali, riesce adare una risposta ancora adeguata. Per il resto se non è notte fonda poco cimanca. Andare da Cesena a Forlì è un pianto. L’Emilia bis serviva come il pane.Non arriverà mai. Adesso riprende corpo un progetto alternativo che era statolanciato anni fa. Non è il massimo, ma piuttosto che niente è sempre megliopiuttosto. Ma ancora più deficitario è il collegamento fra Forlì e Ravenna. Enon ha tutti i torti chi la indica come priorità.

Non è facilissimo neppure andareda Cesena a Rimini, anche se l’apertura del casello del Rubicone ha facilitatole cose. Il progetto potrebbe essere concluso con un potenziamento deicollegamenti fra le località della Riviera. Qui non siamo all’anno zero, ma dicose da fare ce ne sarebbero.

Chi è abbastanza a posto dalpunto di vista della viabilità è invece Cesena. Le grandi reti sono a posto.Adesso i miglioramenti devono riguardare la sicurezza, in particolare perquanto riguarda gli utenti deboli (ciclisti e pedoni). Il progetto dovrebbeviaggiare di pari passo con quello dello sviluppo delle periferie. Anche seCesena è una città dove c’è una sostanziale continuità urbanistica e, quindi,abitativa, le periferie, sempre più, devono e dovranno essere in contatto edialogare con il centro storico.  E quientra in campo il piano strutturale, l’atto più importante della legislatura.Va da se che non c’è una grossa necessità di aree. Ne residenziali e tanto menoproduttive. A determinare la frenata decisiva è stata la grande crisi. Quelladalla quale dobbiamo ancora uscire, sempre che se ne esca. Sono incontinuo  aumento gli addetti ai lavoriche parlano di stagnazione secolare.

Comunque, tornando a Cesena e alpiano strutturale, si ha sempre più l’impressione che si lavorerà sullariqualificazione e sulla rigenerazione urbana. Quindi non ha tutti i torti chiritiene che uno degli aspetti più importanti (se non il più importante) saràquello degli indici edificatori. Un tema comunque sempre controverso. Inoltreci sono due temi che si dovrebbero affrontare: lo stadio e l’ospedale. Non chedebbano essere trasferiti né oggi, né domani e nemmeno dopodomani. Non sonourgenze. Però un piano che si proporrà con disegnare la città dei prossimivent'anni non potrà esimersi dal toccare questi due temi. Dovrà identificare learee dove, eventualmente, costruire le nuove strutture e definire ladestinazione degli attuali siti. Se, poi, non si farà nulla benissimo. Ma perònon si può far finta di niente.

Tornando alla viabilità vien dadire che per fortuna a Cesena non servono infrastrutture importanti. Se cosìfosse non sarebbe subito facile trovare i soldi. Vista la ridotta possibilitàdi spesa da parte degli enti locali. È innegabile, i Comuni (ma non solo loro),rispetto al passato possono spendere molto meno. Con tutti gli annessi econnessi per l’economia reale. Per quanto mi riguarda, alla politicadell’austerità prediligo una visione keynesiana dell’economia. Sempre, masoprattutto nei periodi di crisi, quando la domanda diminuisce. Va da sé chebisogna evitare di aprire il portafoglio a fisarmonica, ma quello è buon senso.

In attesa che ci sia (ci sarà?)un’inversione di tendenza, gli enti locali hanno pochi soldi da spendere.Questo non vuol dire che debbano avere poche idee. Anzi, il rapporto dovrebbeessere inversamente proporzionale e con le idee si dovrebbe sopperire alladiminuita capacità di spesa.

Un’idea serve anche e soprattuttoper il centro. Piaccia o no, ci sarà la chiusura di piazza della Libertà eaumenterà la pedonalizzazione. Questa è la situazione e su questo bisognaragionare. A questo punto va evitato il rischio di creare una cattedrale neldeserto. Cosa, per altro, già successa con via Cesare Battisti e il nuovogiardino pubblico. A questo punto bisogna lavorare per far diventare piazza dellaLibertà il magnete del centro, magari in sinergia con lo spazio che nascerà frapalazzo del Capitano e la Malatestiana. In buona parte di quel percorso unavolta c’era la “vasca”. Un fenomeno dovuto in parte alla mancanza dialternative, ma soprattutto alla fidelizzazione. Adesso è impensabile ritenereche si possa tornare ai tempi della “vasca”, ma per portare la gente in centrobisogna ragionare sulla fidelizzazione. E per farla scattare sono necessariedelle iniziative. Non estemporanee, ma continuative e per diversi giornidurante la settimana. Le possibilità sono infinite. E anche di tutti i prezzi.È qui che entrano in gioco la fantasia e la capacità manageriale. Non èobbligatorio inventarsi qualcosa di nuovo. Sarebbe anche sufficiente guardarsiintorno e copiare (bene) quello che funziona. L’importante non è laprimogenitura, ma il risultato finale.


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