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   Cultura Società Economia

venerdì 14 ottobre 2016

Testamento biologico e beatitudini laiche

di Gabriele Papi

Testamentobiologico. Gran bel tema hai lanciato, amico direttore, forse un po’scombussolante per taluni, ma apripista laico, sfida alla morte, non soloricordanza ma atto liberatorio per i nostri familiari, dovessero trovarsi alleprese con ardue scelte di fronte al dolore ed alle ambasce, difficili a dirsi,di non poche patologie dei loro cari. I problemi, se possibile, vanno afferratial cuore. La morte, tolto il caso del suicidio (altra storia, dolorosa) “non sipuò scegliere: è il limite scandalosamente casuale della nostra esistenza”*.

Orizzontiquotidiani: morti mediatiche, lontane, finchè ci tocca

Nelnostro passato prossimo, il ricorrere della morte addolorava chi restava, maimpauriva di meno. Anche i bambini erano invitati con delicatezza a parteciparealle diverse forme di lutto e di esequie, senza nascondersi. Se si era troppo piccoli per andare ai funerali,c’era sempre una vicina di casa che preparava la cioccolata in tazza con ibracciatelli, per addolcire una assenza. Persino le esequie del gatto di casa,con processione e seppellimento in giardino, era già un imparare ad elaborareil lutto. Oggi, il tema della morte viene continuamente rimosso. In genere lamorte si consuma lontano da noi, in ospedale. Anche i funerali sono spessostandardizzati, sincopati: fare presto. Persino certi necrologi sorprendono:recentemente ne abbiamo visti redatti con colori pacchiani, a mo’ dipubblicità. Per fortuna, ci sono ancora quei sobri necrologi nostrani cheannunciano la scomparsa di Tal dei Tali, detto “Zabaion”: quest’ultimo terminein grassetto, ed in risalto perché gli amici conoscevano il defunto con ilsoprannome, come si usa in Romagna. E di fronte a simili manifesti anche chinon conosceva “Zabaion” si toglie il cappello e propone un saluto e un sorriso.Se i nostri morti, ormai, non li vediamo quasi più, in compenso vediamomoltissimi morti ammazzati in tv quotidianamente.  Sorta di spettacolo mediatico, morti mediatie resi come asettici (inframmezzati però da allegri spot pubblicitari della serie“la vita è adolescenza continua” ben oltre la maggiore età). Per non dire dicerti agghiaccianti salotti televisivi riguardo al delitto di turno: come se ilsangue degli altri fosse una ghiottoneria. Così la scomparsa della morte dalnostro orizzonte di esperienze quotidiane “ci renderà molto più terrorizzatiquando il momento si approssimerà, di fronte a questo evento che ci appartienesin dalla nascita e con cui l’uomo saggio viene a patti per tutta la vita”**

Beatitudinilaiche

Iltema del confronto con la morte pervade anche la letteratura, la poesia, lapittura, l’arte. Torna alla mente, tra le millanta citazioni possibili, il filmdi Ingmar Bergman (1956): “Il settimo sigillo”. In un mondo sconvolto dallapeste e dalla violenza un cavaliere incontra la Morte: le chiede tempo. Sfida ascacchi. Non si tratta solo di quesiti metafisici. Prender tempo è quello chechiediamo e che la medicina propone a fronte di malattie oggi poco curabili. Mac’è, tra i molti altri, un testo che più appare propizio a queste nostre tesi:il “Trattato di Decomposizione”***di Franco Cordero, denso di libero pensiero.Ecco qualche spicchio. La vicenda umana si sviluppa da un limite minimo di vitamentale intrauterina al di sotto del quale c’è la materia psichicamente inerte,sale a forme complesse, poi decresce. Il grado zero da cui comincia e dovefinisce è l’eternità, o, se vogliamo chiamarla così, la beatitudine: il fetonon l’ha ancora perduta, il moribondo in coma la ritrova… Arduo trattaredell’appuntamento con la morte. Arrenderci? E perché mai? Meglio tenere gliocchi aperti e riflettere, finchè ci è dato tempo. Finchè abbiamo un poco ditempo possiamo perderci o salvarci, ricominciando da capo. Quando la misuradella clessidra sta per finire, il margine rimasto conta ancora qualcosa,potrebbe persino essere decisivo. Ciascuno muore come può, nei limiti impostidal caso o dalla fatalità biologica. ”Morire è un’esperienza terribilmenteprivata: il morente vive come vuole il proprio transitus, solo che la naturagli lasci un poco di forza: se la cosa riesce bene, il vincitore è lui”.

* J.P. Sartre, “L’essere e il nulla”- **Umberto Eco, “Pape Satàn Aleppe”- *** Franco Cordero, “Trattato didecomposizione”.                                                                                  


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