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   Opinioni

lunedì 23 novembre 2015

Eutanasia e testamento biologico

di Denis Ugolini

Nonho motivo di inserirmi nello sviluppo che abbiamo dato al dibattito sutestamento biologico ed eutanasia in questi anni con considerazioni nuoverispetto a quelle che espressi nel 2009, quando lo cominciammo. Proprio inconfronto aperto, allora con Laura Bianconi anche promotrice di una proposta dilegge al riguardo. Nella circostanza, pertanto, e al fine di rendere ancorameglio la mia posizione, mi limito a riprendere e trascrivere perché in nullaho mutato opinione e convinzione.

Questionieticamente sensibili. Riguardanti la vita e la morte e la concezione che si hadi esse. Che pure non sono questioni slegate. Non c’è l’una senza l’altra. Ecomunque si deve morire. La morte è la naturale conclusione di un processo divita e “ciò che non muore non vive”. Quel che si vorrebbe è che la nostra vitafosse di valore, tranquilla, serena, la migliore possibile. Vissuta condignità. Che la morte, che comunque ci tocca, fosse anch’essa la più tranquillapossibile. Magari priva del dolore al quale molti l’associano e che soprattuttoper questo tanto la fa temere. Personalmente non temo la morte. Temo il dolore.Il dolore cruento del corpo e quello dello spirito. Temo il dolore che derivadalla menomazione della vita, dalla radicalità che impedisce di vivere, divivere in modo dignitoso, che io sento dignitoso, che sento di valore. Sesentissi che la mia vita non ha più alcun valore; che invece di una vitadignitosa sarebbe solo il trascinare un’esistenza amorfa senza alcuna dignità,questo sì che sarebbe un dolore impossibile tutt’altro che associabile allamorte che invece anelerei come straordinario e benefico atto di liberazione, diultimo atto di vita piena. La invocherei. La sceglierei. Deciderei fra la miavita e una esistenza senza vita. E se fossi nell’impossibilità di provvedere ame stesso in conseguenza di una o più di quelle radicalità di menomazione (chepuò vestire diversi e variegati abiti), vorrei che fosse possibile che “altri”potesse dar corso alla mia scelta libera e pienamente cosciente. Considerereiirragionevolmente vessatorio che, solo per il fatto che mi è impossibile dasolo, altri non sentisse il dovere e la solidarietà di dare corso alla sceltadella mia libertà e che, invece, determinasse proprio la sopraffazione diquella, l’annullamento e la soppressione di quella libertà che è così linfaprofonda della vita vissuta. E’ la mia concezione. Il mio sentire. Il mioconsapevole pensiero che, sono certo, tanti altri non hanno eguale e noncondividono. Avendo altre e diverse concezioni. Che io rispetto. Che devonoessere assolutamente rispettate e tutelate. Non deve essere sopraffatta e lesala libertà di ognuno di attenersi, uniformarsi e vivere la propria concezionedella vita. E’ un rispetto totale che ho. Sarei pronto a tutto per fare sì chequelle libertà non fossero precluse. Non ha alcuna importanza se sono diversele nostre concezioni di vita. Non è diversa la libertà  che abbiamo e dobbiamo avere di nutrire diverseconcezioni. Che non  ci hanno impedito enon ci devono impedire di continuare  avivere in un sistema di convivenza condivisa. Ed essa lo è in quantorispetta  le reciproche e le diverselibertà individuali, di pensiero, di credenza o non credenza, teologiche,religiose, ideologiche, politiche. Ho riflettuto molto e da molto tempo intornoa queste così complesse e straordinarie questioni. Attraverso diversi stadidella mia anagrafe ed anche passando attraverso i più disparati stati d’animoche talvolta inducevano ad approfondire e ad indagare ulteriormente ed altrevolte, magari, erano semplicemente seguenti ed effetto di quelle prolungateriflessioni. Anche attraversando momenti e vicissitudini che mi hanno portato,per così dire, più prossimo a queste problematiche, più a contatto con i moltiche le vivono e le affrontano ognuno con la propria sensibilità e nella propriaoriginale soggettività. Mi si sono dischiusi piani di approfondimento ulterioree soprattutto mi si è aperta una ulteriore diga di emozioni, per cui ilriflettere e ragionare non era solo un esercizio per così dire intellettuale efilosofico (nel mio caso è bene dire pseudofilosofico data la mia modestalevatura in materia e sul piano generale della conoscenza e della cultura).Riflessioni che incrociavano, interconnettevano emozioni, sentimentifortissimi, fra i quali quello di pietà nei confronti del dolore vissuto edinsopportabile con il quale tanti si misurano e devono misurarsi. Rispetto aiquali tutti dobbiamo avere un forte dovere di solidarietà e di aiuto effettivi.Ne ho ricavato e continuo a trarre questa forte convinzione che ho cercato,seppur con il tratto limitante del mio ristretto linguaggio di esprimere.Sinceramente e convintamente.

Sono andato a riprendere quanto scrisseIndro Montanelli alcuni mesi prima della sua morte proprio sull’eutanasia. Comevedi (interloquivo con Laura) vado subito al cuore del problema intorno alquale ruotano le tue stesse argomentazioni che sono proprie del tuo credo cheio rispetto profondamente e lo sai.

Mi è tornato alla mente il grandegiornalista perché quello che scrisse lo condivido tutto e pienamente.Montanelli scriveva ad un lettore che gli attribuiva una critica nei confrontidella Chiesa. Scritto ripreso anche nel libro di Umberto Veronesi “il dirittodi morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza”. “io non mi sono maisognato – scriveva Indro Montanelli – di contestare alla Chiesa il suo dirittoa restare fedele a se stessa, cioè ai comandamenti che le vengono dallaDottrina. Ch’essa sia contro l’eutanasia perché la Dottrina, cioè il verboattribuito al Signore, prescrive che l’uomo debba ignorare il giorno dellapropria morte, è più che naturale, e non vedo come potrebbe essere altrimenti.Ma ch’essa pretenda d’imporre questo comandamento anche a me che non ho lafortuna (e prego di fare attenzione alle mie parole: dico e ripeto non ho la fortuna) di essere un credente, cercando in ogni modo e attraverso tutte leinfluenze di cui dispone – e che non sono, come lei sa, poca cosa – ditravasarlo nella legge civile, in modo che diventi obbligatorio anche per noinon credenti, le sembra giusto? A me, no. A me sembra che l’insegnamento dellaChiesa debba valere per chi crede nella Chiesa, cioè per i “fedeli”. Ma non peri “cittadini”, fra i quali ci sono – e in larga maggioranza – i miscredenti,gli agnostici, i seguaci di altre religioni. Perché costoro devono adeguarsi aun “credo” nel quale non credono? La Chiesa ha tutto il diritto di continuare apredicarlo e di fare tutti i suoi sforzi per svogliare, per esempio, i medicidal praticare la cosiddetta  “ dolcemorte” anche nei casi in cui la vita è diventata, per il paziente, una torturasenza speranza. Finch’essa opera e si appella alla Legge Divina, è libera didire e fare ciò che vuole. Ma quando cerca di influenzare la Legge Civile,commette un abuso perché toglie al cittadino una scelta che gli appartiene”.

Di fronte a leggi come quella olandese,per la quale l’eutanasia, rispettate certe condizioni, non è un reato, talunisono portati ad inscenare equivoci del tipo addirittura di una specie di “suicidio di Stato”. “ questo è un equivoco – diceva il grande giornalista – alquale non posso rassegnarmi. “La mia opinione è semplicemente questa: chequando un invalido, per qualunque motivo lo sia, non ha più la forza disopportare le sofferenze fisiche e morali che l’invalidità gli procura, e senzasperanza di sollievo se non quello procurato dagli analgesici, ha il diritto diesigere dal medico il mezzo per abbreviare questa Via Crucis; e il medico ha ildovere di fornirglielo, sia pure riservandosi la scelta di una procedura che lometta al riparo dalle conseguenze penali di una legge che andrebbe, come tantealtre, aggiornata; ma che nessun Parlamento, né presente né futuro, mai sarebbecapace di affrontare senza trasformarla in una rissa di partito a scopipuramente demagogici ed elettorali”. L’unica cosa che non vorrei condividerecon Montanelli è questo suo irriducibile pessimismo nei confronti delleiniziative future del nostro Parlamento che, mi auguro, possano contraddirloanche se molto in ritardo rispetto alla sua dipartita. Sotto quel titolo “Due otre cose sulla dignità” Montanelli mise anche la battuta. “ Lo dico nei terminipiù espliciti: per dignità intendo anche (dico “anche”) l’abilitazione afrequentare da solo la stanza da bagno”. Nessuna banalità, perché essasintetizza la penosa situazione di perdita di autonomia alla quale ho fattoriferimento all’inizio. È mia convinzione e rivendico anch’io, con Luca Goldoni“il diritto di andarmene appena viene il buio, decidendolo ora, quando la luceè ancora accesa”. Il problema si pone così come si pone il dolore, lasofferenza, la perdita di dignità della vita. Anche la qualità della vita èsoggettiva non è un cliché che si impone a tutti in un modo solo.Ideologicamente o religiosamente. Si pongono queste questioni a fronte deimutamenti intervenuti nella nostra vita in seguito alle scoperte scientifiche emediche che hanno determinato la possibilità stessa di interferire nel processodi vita. Alcuni decenni fa riscontravamo due concetti di morte. Quella permalattia e quella per evento violento. Oggi potendo curare molto, ma non perquesto potendo guarire tutto, si è arrivati ad allungare e procrastinarel’esistenza anche oltre certi limiti naturali. In molti casi, dove pure ilprocesso di vita è giunto al suo termine naturale, dove la morte sarebbel’inevitabile esito se solo si lasciasse procedere il naturale corso deglieventi, sono possibili interventi che interrompono ed allontanano questo esitoultimo. Artificiali interventi possibili grazie alle scoperte scientifiche ealla dotazione di strutture tecnologiche consentono di oltrepassare i limiti“usuali” che riconducevano a quei concetti. Ciò pertanto ha aperto uno spettropiù ampio di circostanze e possibilità che impegna la ragione e la morale ditutti noi. Da tempo ci troviamo di fronte a casi che inducono complesse edifficili riflessioni. Esistenze che si prolungano artificialmente talune nellacompleta assenza di attività cerebrali, di percezioni emotive. Nella assenzatotale di una coscienza di sé. Altre che implicano la convivenza con il doloree la sofferenza continue, fisici e spirituali. In presenza di una coscienzapiena di sé che a volte si impone di reagire a quello stato, che vuole reagiread esso, sospinta dalla forte speranza di vita, dall’amore e dagli affetti chesono intorno, o da qualsiasi altro si voglia e ci sia che costituisce linfa, spinta,motivazione. Che chiedono e non disdegnano l’uso di sostanze che riduconoattenuano o eliminano il dolore. O che le rifiutano per qual si voglia lororagione. Che avvalendosi di analgesici ed antidolorifici hanno coscienza,oppure non l’hanno, o semplicemente non si pongono la questione, che mentrealleviano temporaneamente dolore e sofferenza, contemporaneamente possonodeterminare ed influire sul percorso della loro stessa esistenza, accorciandonela lunghezza. E ci sono persone che non sopportano, invece di trascinare unaesistenza oramai solo carica di dolore e sofferenza inauditi, sia fisici chespirituali. Che non intendono più di fronte alla irreversibilità di quel lorostato che può solo acuirsi e trascinarsi in perdurevoli tormenti, che voglionofarla finita, che non accettano di essere oggetto di accanimento e di cure chesono solo sempre più miseri palliativi di riduzione momentanea del solo dolorefisico. Che in piena coscienza di sé non sopportano e non vogliono piùtrascinare un’esistenza di dolore in assenza di una vita che con quella non puòconfondersi, né essere di essa sinonimo. La vita e la morte, per il progrediredella scienza e della tecnica sono sempre più fenomeni anche artificiali. Iltestamento biologico è questione importante e di assoluta attualità enecessità. “ Il primo passo verso il riconoscimento legale di questa nuovarealtà del rapporto medico paziente è stata l’introduzione del consensoinformato alle cure, ovvero che nessun medico può somministrare un trattamento aun malato senza prima averlo informato dei risultati previsti, dei rischiconnessi e degli effetti collaterali legati alla cura stessa. È un diritto delmalato ed un obbligo del medico. Divenuto “regola di vita”, il consenso dellapersona permette una responsabilità di sé che copre tutto l’arco dell’esistenzae diviene così anche la regola fondamentale del morire”

“Siamo di fronte a fenomeni artificialie culturali che hanno bisogno di normative giuridiche capaci di conciliare idesideri dei singoli con gli interessi della collettività. Scienza e tecnica –per dirlo con Scalfari – continuano e continueranno ad evolversi, asperimentare a consentire opzioni sempre migliori, ma non vogliono né possonosostituire la natura. Se non altro per il fatto che l’umanità, la specie e gliindividui che ne sono parte, è una delle innumerevoli forme della natura.

Scienza e tecnica sono prodotti mentalidell’uomo e quindi protesi della natura. In questo stadio dell’evoluzioneesistono zone grigie dove le protesi consentono risultati al prezzo disofferenze e/o limitazioni a volte sopportabili, a volte radicali. Di fronte adesse l’individuo rivendica legittimamente libertà di scelta: se accettare lesoluzioni o rifiutarle. Piena libertà ai depositari di fedi religiose di indicaree raccomandare soluzioni conformi all’etica da essi predicata senza però chequelle soluzioni possano essere imposte a chi (fosse uno soltanto) noncondivide quelle raccomandazioni. Questo è il limite di uno Stato laico,pluralista e non teocratico”.

È bene e doveroso si sviluppi questoconfronto dal quale è bene siano tratte soluzioni appropriate, legislative egiuridiche. Ma è mia convinzione che esse debbano collocarsi in questo quadro enella forte e condivisa consapevolezza che non vi devono essere soluzioni chesi impongono, ma libertà che si tutelano. Spero vivamente che il Parlamentoaffronti queste questioni, quella del testamento biologico, facendo seri econcreti passi avanti rispetto all’attuale impasse ed assenza legislativa.Spero lo faccia avvalendosi di un ampio e ricco confronto di posizioni e disensibilità: E che faccia tutto questo sapendo che deve legiferare non perobbligare alcuno ma per tutelare i diritti e le libertà di tutti.”


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