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   Opinioni

venerdì 14 ottobre 2016

Diciamo sì al futuro

di Sandro Gozi

Perdiscutere e confrontarci sul Referendum Costituzionale occorre prima di tuttocapire di cosa stiamo parlando e su cosa saremo chiamati a votare. Partiamo dalquesito allora. Gli italiani che si recheranno alle urne troveranno una schedacon la seguente domanda: “Approvate il testo della legge costituzionaleconcernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, lariduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi difunzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione deltitolo V della parte II della Costituzione?” . 

 Suquesto saremo chiamati a esprimerci con un sì o con un no. Su questo e non sualtro. Siete dei sostenitori del No? Benissimo: spiegateci perché voletemantenere il bicameralismo paritario con 315 senatori; spiegateci perché, avostro avviso, non va modificato il rapporto Stato-Regioni che da annimonopolizza l'attività della Corte Costituzionale (1500 ricorsi dal 2001a oggi); spiegateci l'utilità del CNEL. È su questo che si voterà. Nonsull'Italicum, non sulla riforma della scuola, non sul Jobs Act. E tanto menosul futuro del Presidente del Consiglio. 

 Parliamodella Costituzione, allora. Senza polemiche sterili o fin troppo facilistrumentalizzazioni. Sul referendum costituzionale è ora di parlare dicontenuti, dati, motivazioni reali. E’ il momento di soppesare i pro e i controdi un cambiamento storico, necessario e che attendiamo da troppo tempo. Senzadubbio qualsiasi referendum è influenzato dal contesto. Ma attenzione. È sultesto della riforma che votiamo e che ci giochiamo una democrazia, un Paese eun futuro migliori. Stare al testo, al merito per rispetto di un vero Statodemocratico e per garantire un vero diritto a conoscere le ragioni del SI e delNO. 

 Mibatto per una discussione sincera, se vogliamo anche aspra, ma sul merito.Perché sono convinto che più dibattiamo di questo più si comprende che leragioni del SI sono oggettivamente più valide, utili e condivisibili. Dobbiamochiederci se sia più saggio fare qualcosa di concreto per dimezzare i tempidella politica e soprattutto migliorare la qualità delle leggi o continuare adattendere tempi biblici per l’approvazione di provvedimenti spesso illeggibilia causa dell’inutile ping-pong tra Camera e Senato. Se sia più economico,anche per le  tasche di tutti i cittadini, ridurre i poteri delle Regionie chiarire chi fa cosa tra Stato e Regioni oppure lasciare che tutto rimangacom’è, cioè troppo complesso, troppo costoso, poco efficace. Se sia più utileridurre di conseguenza il numero dei politici, passando da 945 a 730,con un risparmio di 500 milioni di euro all'anno, o lasciare tutto così com’è ecioè con una democrazia con troppi politici. In Italia ci sono 60 milioni diabitanti e quasi mille parlamentari, uno ogni 63mila cittadini. In India, lapiù grande democrazia del mondo, ci sono 1 miliardo e 276 milioni di abitanti e790 parlamentari: uno ogni 1.6 milioni di cittadini. In Cina, paese piùpopoloso al mondo, i parlamentari sono tremila, ma per 1,3 miliardi diabitanti: uno ogni 458mila. 

Èuna riforma che attendiamo da trent'anni. Dalla Commissione De Mita-Jotti allaBicamerale, passando per i vari progetti e i tentativi falliti. Questo è untreno che difficilmente ripasserà a breve e nel caso di vittoria del NO dovremorassegnarci ad un gattopardesco status quo, avvilupparci per altri trent’anninelle polemiche solite e utili solo a chi mira a prender tempo e a perdertempo. Questo invece è il nostro tempo. Il tempo del cambiamento. Che sulleprime può forse preoccupare ma che poi convince, coinvolge ed emoziona. Perchéparliamo del futuro nostro e dei nostri figli. Una bella novità per un Paeseche dibatte di riforme costituzionali da almeno trent’anni. E che sinora hacambiato tantissimi governi per rimanere sempre lo stesso, ha cambiatotantissimi simboli di partito con dirigenti che rimanevano sempre gli stessi. Etutto questo mentre l’Europa cresceva e il mondo cambiava con nuoviprotagonisti. Sì, l’Italia ha anche bisogno di stabilità dei governi e lanostra riforma lo garantisce. E ha bisogno di continuare a cambiare, perchédobbiamo recuperare il terreno perduto. Si poteva fare meglio? Può darsi. Maricordiamoci anche che siamo arrivati a questo punto oggi dopo 6 lettureparlamentari, 84 milioni di emendamenti e 121 modifiche. Abbiamo lavorato etanto. Abbiamo discusso, condiviso, corretto il tiro ogni volta che ve ne erala necessità. Adesso tocca ai cittadini decidere, come è giusto che sia e comeabbiamo voluto che fosse. Ai cittadini la scelta di cedere o meno alle sirenedei facili slogan e dei signornò per professione. 

 Alcunipoi denunciano il rischio di dare tutto il potere ad una sola persona e poilamentano l’assenza di poteri di nomina e revoca dei ministri per il Presidentedel Consiglio o la mancanza della sfiducia costruttiva. Beh decidetevi: c’èeccesso di potere o no? Perché non ci si può lamentare della deriva autoritariala mattina e dell’assenza di poteri la sera. E a chi sostiene che questoParlamento non ha la legittimità per fare una riforma costituzionalerispondiamo che la decisione di lavorare alle riforme è la naturale conseguenzadella rielezione di Napolitano. Quando tantissimi parlamentari anchedell’attuale opposizione si spellavano le mani al momento del discorso pronunciatoda Napoletano in occasione della sua rielezione applaudivano all’invitopressante del Presidente a riformare la Costituzione (e a cambiare lalegge elettorale dato che era ancora in vigore la porcata di Calderoli…). Conquesto atto di responsabilità, con questo impegno collettivo assunto dalParlamento davanti al Paese una legislatura nata morta è diventata lalegislatura delle riforme. E ora i cittadini decidono sulla riformafondamentale. Noi siamo determinati, convinti delle ragioni del SI e della coerenzacon gli impegni e le posizioni che le varie forze del centrosinistra hannoassunto in passato, direi almeno dal discorso di Nilde Jotti del…1976 ai giorninostri… 

Machiediamoci: se dovesse vincere il NO? Altro che 6 mesi per una riformadiversa…! Aspetteremo almeno altri 30 anni per dare corpo alla parola “cambiamento”.No. Il nostro Paese ha aspettato troppo tempo. Ha già perso troppe occasioni.Si è già perso troppe volte, prigionieri dei tatticismi e dei tradimenti delmicrocosmo politico e mediatico romano. Non dobbiamo ripetere lo stesso errore,non giriamo le spalle al futuro: diciamogli SI e corriamogli incontro.


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