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   Opinioni

venerdì 14 ottobre 2016

La lunga campagna referendaria tra le ragioni costituzionali e il conflitto politico

di Giuseppe Ayala

Èpartito, come previsto, il tormentone sul referendum che dovrà confermare, obocciare, la riforma costituzionale recentemente varata dal Parlamento. Sarà uncrescendo destinato a durare per mesi. Ci vorrà molta pazienza. Soprattutto perle castronerie che saremo costretti a sentire o leggere. Non mancano, però,critiche e perplessità meritevoli di rispetto. Queste sì che saranno utili afar maturare ilnostro convincimento. Cominciamo a dare un primo sguardo alla galassia dei proe dei contro.

Ilcosiddetto fronte del No appare, ictuoculi, tanto agguerrito quanto disomogeneo. Basti pensare che ne fa parteanche Forza Italia che pure votò in una delle prime letture, al tempo del Pattodel Nazareno, il testo oggi definito “autoritario e illiberale”. Ma tant’è...La spiegazione risiede palesemente nella trasposizione dell’esito del votodalla sua finalità naturale a quella, tutta politica, relativa alla sopravvivenzadel Governo Renzi. Il quale, non c’è dubbio, che se l’è cercata affermando cheun eventuale successo del No comporterebbe la sua uscita da Palazzo Chigi o,forse, addirittura dalla politica. La prospettiva ha fatto venire l’acquolinain bocca agli antirenziani. Molti dei quali si sono riconosciuti nel seguenteragionamento (si fa per dire): non me ne fotte un bel niente del merito dellariforma, è la caduta di Renzi la vera priorità. Cosa vuoi che me ne   importi se la bocciatura comporterà un saltoindietro di settant’anni. Già questo, lo devo ammettere, mi condiziona molto emi spinge verso il Sì, tenuto conto delle alternative politiche che se nepotrebbero avvantaggiare. Solo per fare un esempio, rifletto sull’ultimolapidario slogan elettorale di Salvini: “Libera la bestia che è in te!” Brrr!Riavutomi dai brividi e recuperata la sana lucidità alla quale mi aggrappo neimomenti di difficoltà, provo a ragionare laicamente sui contenuti della riformamettendo da parte la personalizzazione dell’esito referendario. Non vedo altrastrada per chiarirmi meglio leidee.

Il confronto tra icostituzionalisti

Partiamodall’autorevole documento critico sottoscritto da una cinquantina di noticostituzionalisti i quali, a scanso di equivoci, chiariscono innanzitutto dinon essere “tra coloro che indicano questa riforma comel’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostraCostituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo”. Ma si trovano, tuttavia,consenzienti nel valutare la riforma come “potenziale fonte di nuovedisfunzioni al sistema istituzionale e nell’appannamento di alcuni criteriportanti dell’impianto e dello spirito della Costituzione”. Non mi addentro nelmerito dei cinque punti che criticano alcuni aspetti della riforma medesima.Primo, perché mi considero un semplice artigiano del diritto destinato, inquanto tale, a viaggiare a una quota ben più bassa di quella che compete aigiuristi sottoscrittori del documento. Secondo, perché talune, non tutte, delleperplessità avanzate da questi ultimi mi sento di condividerle, anche se nonsino al punto da indurmi a rifiutare nel suo complesso la riforma su cui saròchiamato a esprimere il mio voto. Ne richiamo qualcuna. È chiaro che, perrealizzare il tanto auspicato superamento del c.d. bicameralismo perfetto, eranecessario inventarsi un nuovo ruolo per il Senato. Fatta salva l’ipotesi diabolirlo, che forse sarebbe stata la scelta più intelligente, visto quantoprevisto dal testo della riforma sul punto. Riconosco che è alto il prezzo chesiamo chiamati a pagare per ottenere l’archiviazione del bicameralismoparitario. Tuttavia, malgrado l’esosità, a mio parere ne vale lo stesso lapena. Senza entrare nei dettagli, ritengo che una “aggiustatina” al nuovoSenato si potrà realizzare.  Comesuggerito dal prof. Roberto Pin, lo si potrà fare a cominciare dalla leggeelettorale, dal regolamento interno e dai rapporti con le Conferenze tuttiancora da scrivere. Se ben concepiti, questi interventi potranno contribuire ameglio definire la funzionalità del nuovo Senato sul piano della rappresentanzadei territori assegnatagli. Non tutto è perduto, insomma. Anche se è destinataa rimanere l’amarezza per la grossolanità del disegno costituzionale voluto dalParlamento. Non mi convince del tutto, poi, il temuto rischio di “incertezze econflitti” che conseguirebbe “alla pluralità di procedimenti legislatividifferenziati a seconda delle diverse modalità di intervento del nuovo Senato.”Il nuovo testo dell’art. 70, al primo comma, fa infatti riferimento a leggispecifiche, il che dovrebbe bastare a scongiurare le incertezze e i conflittitemuti. Le altre previsioni di coinvolgimento del Senato nel procedimentolegislativo sono ispirate da una buona dose di linearità. La stessa che emergea proposito della possibilità che il Senato possa richiamare qualsiasidisegnodi legge per valutarlo e proporre eventuali modifiche. Fermo restando chel’altro ramo del Parlamento non incontrerà difficoltà alcuna nel superare leeventuali obiezioni mosse dal Senato. Altrettanto vale, ovviamente, perl’opposta ipotesi di accoglimento delle stesse. La qualità del prodottolegislativo, anzi, risulterà rafforzata.

L’errore della riforma del titoloV del 2001

C’èinfine il tema del titolo V che dal 2001 attende di essere salvatodall’infausta riforma subita, a strettissima maggioranza, dall’alloramaggioranza di centrosinistra. Ne facevo parte, l’ho votata e ancora non trovopace. Io penso che il nuovo testo porrà, finalmente, fine all’enormecontenzioso tra Stato e Regioni, che ha letteralmente ingolfato l’attivitàdella Corte costituzionale, con tutti i guasti e ritardi che ha comportato adanno, innanzitutto, dell’interesse dei cittadini. L’“interesse nazionale”torna in cima alla piramide rispetto a quelli locali. Con un procedimentolegislativo, però, diverso e peculiare per cui, fermo restando l’intervento delSenato, la Camera potrà far prevalere il proprio diverso orientamento soltantoa maggioranza assoluta. Faccio, perciò, fatica a condividere l’assunto per cui“l’assetto regionale della Repubblica uscirebbe dalla riforma fortementeindebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbequasi ogni spazio di competenza legislativa facendone organismi privi di realeautonomia”. Che alcune delle competenze superficialmente inserite tra quelleconcorrenti dalla incauta riforma del 2001, dovessero tornare in esclusiva alloStato non mi risulta abbia suscitato dubbio alcuno, anche in considerazione delsostanziale disinteresse manifestato in proposito dalle Regioni e al forteridimensionamento del testo originario sancito dalla Corte costituzionale.Tralascio ogni ulteriore commento contenutistico per privilegiare alcuneconsiderazioni di carattere generale che, a mio parere, risultano più utili permaturare un giudizio favorevole in vista della prossima consultazionereferendaria. Che la riforma, come ho già detto, non sia immune da difetti elimiti è poco, ma è sicuro. Si tratta di nient’altro che del frutto dellemediazioni parlamentari. Con uno sforzo di fantasia, immaginiamo che la Costituzionesia una sorta di pietanza da servire come piatto forte alla tavolaistituzionale. Orbene non esiste pietanza che possa essere cucinata e servitase non con i cuochi a disposizione. Cercando di utilizzare al meglio gliingredienti. Intendo dire che i cuochi che confezionarono la nostra Cartacostituzionale si chiamavano, tanto per citarne solo qualcuno, Meuccio Ruini,che presiedeva la commissione dei settantacinque Costituenti, PieroCalamandrei, Giovanni Porzio, Lelio Basso, Aldo Moro, Gaspare Ambrosini,Giuseppe Maria Bettiol, Giovanni Leone etc. Un rapido accesso a Googlechiarisce, per i non addetti ai lavori, meglio di ogni mia parola di chi stiamoparlando. Con un successivo accesso è possibile conoscere i cuochi attuali, ilegislatori di oggi, e coglierne la differenza. Superato lo shock, non si potrànon prendere atto che è da questi ultimi che l’odierna pietanza è statarealizzata, né poteva essere altrimenti. Dobbiamo, perciò, fare di necessitàvirtù.

Una forte ragione per il Sì: ilsuperamento del bicameralismo simmetrico

Ladigestione risulterà di certo assai più difficoltosa rispetto a quella del1946, ma non dovrebbe esserlo sino al punto da spingerci al vomito perrifiutarla. Per frenare l’eventuale insorgere di un conato, suggerisco diconsiderare l’aspetto fondamentale del nuovo testo costituzionale, costituitodal superamento del c.d. “bicameralismo perfetto” che da settant’annicaratterizza il nostroprocedimento legislativo. La sua origine è più che giustificata sol che sipensi al momento storico in cui fu concepita. Con vent’anni di fascismo allespalle e con le elezioni del primo Parlamento repubblicano non ancoraconvocate, le forze politiche saggiamente optarono per una “democrazia della mediazione”piuttosto che per una “democrazia della decisione”. L’ipertrofia parlamentareapparve, insomma, l’unica chiave di volta applicabile alla nuova costruzione.In nessuna democrazia occidentale è rinvenibile qualcosa di simile. È, perciò,tempo di adeguarci ai nostri alleati e ai nostri competitori, tutti, chi piùchi meno, accomunati dal riconoscimento del primato della “democrazia delladecisione”. Ecco perché sostengo che l’eventuale vittoria del No al referendumci farà precipitare indietro nel tempo, addiritturaagli albori post-bellici. Altro che terzo millennio. Né è ragionevolmenteprevedibile che si

possa,chissà quando, gustare una pietanza più gustosa. Gli ingredienti, infatti,rimarranno più o meno gli stessi di quelli odierni. Se non peggiori. Anchequesto va responsabilmente considerato. So che non è facile darsene una ragione, ma non possiamo non prendereatto che il tempo della politica che ci tocca vivere non ci consente discegliere il meglio, ma di contentarci del meno peggio. Il Sì al referendumconsoliderà, perciò, un argine al peggio, con la consolazione del meno.Dissentire da questa realtà è affascinante. Ma è, purtroppo, utopico.Rassegniamoci. Non merita, infine, altro che un breve accenno la sorprendenteproposta di procedere ad uno “spacchettamento” dei quesiti referendari peromogeneità di materia. Non si rinvengono precedenti anche se analoghe occasioninon sono di certo mancate. Rileggendo con attenzione il testo dell’art. 138della Costituzione la vedo difficile. Ma chissà. La capacità di aggiungereconfusione alla confusione è tipica del tempo presente.

 


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