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   Opinioni

venerdì 14 ottobre 2016

Riforma costituzionale. Rischiosa per il Paese

di Stefano Spinelli

Pur contrario allariforma costituzionale che giudico rischiosa per il Paese, non nascondo diessere stato tra i pochi a cui era piaciuta l’uscita del Presidente delConsiglio: “se vincono i no mi dimetto”, aveva affermato. In fondo il governoRenzi è nato proprio per fare le riforme istituzionali e su questo i cittadinidovrebbero valutarlo.

Mi sembrava unaposizione seria. Un parlare chiaro, pane al pane e vino al vino, senza lefumosità o le doppie interpretazioni a seconda delle convenienze del politichesedi maniera, unitosi negli ultimi tempi al leaderismo politico in una miscelaesplosiva.

L’illusione èdurata poco. Contrordine compagni. “La legislatura proseguirà comunque sino al2018”.

Non so se la toppasia migliore del buco. Innanzitutto, ormai nella popolazione è già passatal’idea che lo stesso Presidente del Consiglio ha lanciato e non è certosufficiente una ritrattazione per cambiare il sentimento comune. In secondoluogo, un ripensamento adesso ha tutta l’aria di essere un espediente inextremis per chi è in difficoltà e corre ai ripari in vista di una bufera chesi potrebbe abbattere sulla riforma più importante e rappresentativa del governo.

Infine, non credosia così semplice far finta di nulla, in caso di esito referendario negativo.

Sta di fatto che lariforma costituzionale che ne è venuta fuori è una riforma pasticciata e nonsufficientemente pensata e ritengo possa essere rischiosa per il Paese, perchéaltera troppo l’equilibrio costituzionale voluto dai padri costituenti, senzaprevedere correttivi.

In particolare,altera il principio di rappresentanza democratica previsto dall’art. 1 Cost. (“lasovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forma e nei limiti dellaCostituzione”), perché prevede la nomina dei nuovi 100 senatori tra iconsiglieri regionali, da parte delle segreterie di partito e specie delpartito di maggioranza relativa numericamente più presente nelle singoleregioni. Si tenga conto che anche i 630 deputati saranno eletti con il nuovosistema elettorale, l’Italicum, conun consistente premio di maggioranza (il 54% dei seggi andrà alla lista dipartito che raggiungerà il 40% dei voti o – in caso di ballottaggio –indipendentemente da qualunque percentuale, basterà vincere il ballottaggio), eun sistema di liste quasi bloccate con preferenze in maggioranza imposte dallesegreterie di partito. Vista la scarsissima partecipazione popolare al voto, questocombinato sistema allontanerà ancor più il popolo sovrano dall’esercizio dellasovranità.

Il Senato, poi,dovrebbe diventare rappresentativo delle Regioni, ma nello stesso tempo lamedesima riforma toglie contraddittoriamente autonomia alle Regioni, mediantela riduzione di competenze legislative e la ricentralizzazione di competenzeprima decentrate. E sempre più contraddittoriamente lascia intatte invece lesuper autonomie delle Regioni a statuto speciale. Si crea quindi uncortocircuito del principio pluralistico di cui all’art. 5 Cost. (“larepubblica unica e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”) edel principio di sussidiarietà di cui all’art. 118 Cost. Qualerappresentatività regionale eserciterà il nuovo Senato in una situazione dicontestuale perdita di autonomia regionale? A questo punto perché mantenerlo?

Il nuovo Senato,pur previsto come organo di secondo livello e privo di legittimazione popolarediretta mediante elezioni politiche, continuerà però a partecipare daprotagonista al delicato funzionamento della macchina costituzionale, e allapredisposizione di pesi e contrappesi che dovrebbero bilanciare i singolipoteri dello Stato. Solo la funzione di raccordo tra Parlamento e Governo gliviene tolta (non potendo più il Senato partecipare alla votazione sulla fiduciaal Governo), ma continuerà a concorrere alla elezione di alcuni fondamentaliorgani costituzionali, come il Presidente della Repubblica, la CorteCostituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura, che sonocaratterizzati, per loro stessa natura e per le funzioni loro assegnate, da unaforte carica di imparzialità e indipendenza rispetto alla logicapartitico-maggioritaria (mentre il nuovo Senato è proprio espressione propriodi quella logica).

Infine, la riformanon elimina il bicameralismo perfetto, in quanto il Senato continuerà apartecipare alla funzione legislativa per alcune materie con un meccanismoancor più complesso e farraginoso di quello esistente.

Né mi pare si possaragionare in termini di risparmi di spesa. La Ragioneria di Stato ha calcolatoin 49 milioni di euro i risparmi reali che deriverebbero dalla riforma: lo0,0005% della spesa dello Stato, pari a 855 miliardi e 45 milioni di euroall’anno (anche se Renzi ha parlato di 490 milioni di risparmi). Non occorreuna riforma costituzionale (specie se crea più problemi di quanti ne risolva)per operare una seria revisione della spesa statale, se davvero questo fosse iltema.

Ma chi sostiene lariforma, lo fa soprattutto sulla base di un altro argomento che non condivido: laquestione dello “scenario apocalittico”.

Ormai ogni nostradecisione pare “vincolata” da un elemento critico “esterno”, che impedirebbe discegliere e vincolerebbe ad agire solo in un determinato modo, senzaalternativa. Una volta è lo “spread”, un’altra volta “l’Europa ce lo impone”,un’altra “il vento inarrestabile dei nuovi diritti”, oppure “la catastrofeimminente”.

In questo caso, ilvincolo sarebbe la “crisi di governo irrisolvibile” se vincessero i no.

A me sembra chevotare la riforma, non per quello che la stessa vale, ma etero guidati dacircostanze esterne, sia già cominciare a perdere parte della nostratraballante democrazia. Se i giochi sono già fatti, se le scelte democratichesono già prese in altri lochi e da altri soggetti, peraltro sempreindeterminati, mi pare che sia sempre più in pericolo il principio di sovranitàpopolare.

In ogni caso, c’èsempre un alternativa. Piaccia o non piaccia.

In conclusione,vero è che il Paese ha bisogno di una riforma.

Allora, si apra unavera e propria nuova fase costituente. Si dia un incarico governativo di scopo,circoscritto all’attuazione di una riforma complessiva che tenga conto deilavori delle commissioni che si sono succedute. O, ancor meglio, si elegga unParlamento o una Commissione costituente che abbia come scopo primario lariforma costituzionale.

Non si giochi alribasso.

Molti sostengonoche sia giusto fare comunque una riforma, non importa cosa essa contenga, anchenon perfetta. Riformare per riformare.

Io ricordo la frasedi Chesterton, secondo la quale “l’errore è una verità impazzita”.

E’ vero che noiabbiamo bisogno di una riforma, ma non dobbiamo fare una riforma impazzita,perché andiamo solo a peggiorare ulteriormente la già situazione difficile chesta vivendo il Paese.

Cambiare percambiare, non è cambiare (è sprecare occasioni).

Siccome abbiamobisogno di riforma, dobbiamo fare riforme impazzite?

Io dico di NO.


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