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   Opinioni

giovedì 27 aprile 2017

Il "Fine Vita" nel Paese dei Balocchi

di Alberto Maria Ugolini

Una delle prime cose che ci viene insegnata da piccoli è un semplice principio: “Se non sai una cosa, rimani in silenzio e impara.” Principio indubbiamente valido per ogni ambito dell’esistenza umana, ma che si traduce quasi sempre in pura e semplice utopia. Specialmente nel nostro personale Paese dei balocchi.
Già, perché se c’è una cosa che sappiamo fare veramente bene è bagnarci le labbra di populismo e facili commenti quando la situazione lo richiede. Per poi tornare tutti belli tranquilli a crogiolarci dietro il solido muro del “Finché non capita a me”, il “Noli me tangere” del nuovo millennio.

Non deve né sorprendere né far storcere il naso, allora, l’aula pressoché vuota durante la discussione sulla legge del “Fine Vita”.  Dopotutto perché dovrebbe? Siamo fin troppo abituati a puntare il dito contro la politica, dimenticandoci ogni volta di quanto la politica in sé sia semplicemente la figlia della società del nostro tempo. La società di chi metterebbe alla gogna i ladri e poi ruba merendine al supermercato; la società di chi vieterebbe le auto blu e non ha mai pagato un biglietto del bus. E, infine, la società di chi gode a ergersi a paladino della giustizia durante un’ondata di marea mediatica per un pugno di pollici blu sui social media. Perché dovremmo esserne sorpresi?

La drammatica storia di Dj Fabo è solo l’ultima di una lunga serie. E, come durante alcuni episodi di predetta serie, benché la minoranza, abbiamo assistito a tre-quattro giorni di Eden nel Paese dei balocchi. Tutti d’accordo, tutti uniti, tutti schierati, bellissimo. Ok, ma poi?

Poi, niente. Anche stavolta il prepotente muro del “Finché non capita a me” torna a ergersi imperioso. E toccherà aspettare, sperando.

La verità è che solo chi ha sperimentato tutto questo sulla propria pelle ha il diritto di esprimersi.
Il “Fine Vita” è un assioma, non dovrebbe nemmeno esserci la necessità di discuterci sopra.
Dovrebbe esserci un punto in cui la moralità sconfina nel buon gusto e in cui la pietà prevarica i dogmi.
Come si può asserire nel ventunesimo secolo che l’uomo è nato per soffrire? Come ha pontificato un esponente di un noto partito politico recentemente alla trasmissione Porta a Porta, senza fare nomi. Come può essere così?

Quando il dolore diventa insopportabile, quando è la vita stessa a diventare cancro, non vi è altro modo di agire. Ed è sempre stato così, in ogni tempo della nostra Storia.

Negli antichi campi di battaglia, quando un ferito era condannato, si poneva fine al suo dolore con un chiodo alla base del cranio. Come può esserci differenziazione tra episodi, quando si parla di vita e di morte?
Avendolo sperimentato di persona, a me pare impossibile. Ciononostante la cosa più vergognosa e dolorosa al tempo stesso, è l’osservare impotente l’assoluta cecità e sordità di coloro che ciò hanno avuto la fortuna di non viverlo. Perché finché si tratta di amministrare paroline dolci e pacche sulle spalle per farsi belli di fronte agli altri, e soprattutto di fronte a sé stessi, siamo tutti capaci. Ma quando arriva il momento di agire…

E’ indubbio che la legge passerà, è cosa certa. Ma il fatto che si debba attendere e che probabilmente toccherà farlo per un certo periodo di tempo è addirittura più fastidioso e controproducente.
Purtroppo, il testamento biologico, che rimane comunque un passo avanti, non rappresenta una valida garanzia. Infatti, siamo ancora vincolati a una connotazione snaturata e decisamente troppo simbolica di questa istituzione. Può far scalpore, può far smuovere le acque, ma purtroppo non rappresenta un’alternativa o una garanzia. Anzi…

Impattando con una certa mentalità ancora largamente diffusa e, ovviamente, dovuta in non poca parte all’assenza di una legge e alla paura di un pericolo, vero o falso che sia, di incorrere in sanzioni penali, il testamento biologico rischia di rivelarsi una sorta di arma a doppio taglio. Poiché fornisce “sicurezze” che purtroppo raramente trovano un riscontro materiale una volta arrivati al finale.
Parlando per esperienza diretta, la situazione contingente non è più sostenibile.

E’ imbarazzante che una questione di tale portata venga snobbata nel nostro tempo poiché riguarda “i pochi”… come se la morte, in fin dei conti, non riguardasse tutti quanti e si trovasse in una dimensione che non è la nostra. Urge arrivare a una soluzione, e urge farlo in fretta. Non si deve permettere che al giorno d’oggi dogmi e moralità sconfinino nell’ambito medico e in quello della mera pietà.

Sarebbe ingiusto additare come colpevoli le figure dei medici, che non sono comunque tutelati nelle loro scelte da una legge alle spalle, o le figure religiose, che ormai hanno aperto per la maggior parte ad evenienze di questo tipo. Occorre agire, ed occorre farlo subito. Perché purtroppo, duole dirlo, ma la possibilità che capiti a noi o a qualcuno di caro è sempre dietro l’angolo. E sfido chiunque, arrivato a quel punto, a mantenere le proprie idee contrarie o a cercare di mantenere la calma senza valutare certe opzioni estreme.
Ovviamente non bisognerebbe nemmeno snaturare questo uffizio. Poiché lucrare pesantemente su questo tipo di operazioni mediche, come accade ad esempio in Svizzera, è addirittura quasi più abbietto e meschino di rifiutarsi di compierle. Così come uno Stato moderno deve tutelare i propri cittadini durante la vita, così dovrebbe tutelarli anche nel percorso finale di tale vita quando non vi sia ormai altra strada.
Ma queste sono solo le opinioni di un ragazzo che è stato più sfortunato di altri. E che come altri è obbligato a guardare e a digrignare i denti per il disgusto, attendendo nella certezza … che a suo modo rende ancora più terribile l’attesa.
Nel frattempo, le giostre del paese dei balocchi continuano a girare e l’argomento, dopo qualche settimana, è già stato radiato da giornali e televisioni e declassato a chiacchiere da bar o da ufficio. A opinioni populiste e post su Facebook. Un’altra bellissima giornata di sole nel Paese dei Balocchi.


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