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   Politica Locale

venerdì 14 ottobre 2016

La fine dei patàca

di Giampiero Teodorani

Comenella bella tradizione romagnola, credo che il modo migliore e più efficace percommentare ciò che è accaduto alla Cassa di Risparmio di Cesena sia quello diaffermare che “a la avàm fata da patàca”; non è da considerare offensivoed è vero ed esplicito per i tanti cesenati coinvolti. Sicuramente vale per laFondazione che in un colpo solo è passata dal possedere il 48% della Banca, al2,85%.

LaBanca ora è salva e solida, la Fondazione quasi inesistente. Credo si dovrà, infuturo, seriamente mettere in discussione l'esistenza della Fondazione, che nonpossiede altri capitali, o fonti di finanziamento, se si escludono alcuniimmobili per il social housing e altri che sono praticamente “un debito”. LaFondazione non ha una sede: il palazzo del 1876 di corso Garibaldi, con  la Pinacoteca (compresi gran parte deidipinti) sono di proprietà della Banca.

Nelcorso degli ultimi decenni la Cassa, come la chiamano i cesenati, ha fattotanto per la Città: per la cultura, per interventi umanitari, per dotare la popolazionedi impianti sportivi importanti, attrezzature sanitarie e per l'università.Anche l'importante restauro della cupola della Basilica della Madonna del Monteè da annoverare fra gli interventi consistenti. Non si può inoltre dimenticarel'intervento nell'area dell'ex zuccherificio dove Banca e Fondazione si sonospinte fino al punto di sostituirsi all’Amministrazione Comunale, nellacostruzione di un nuovo quartiere.

Puntodi partenza di tante difficoltà!

Ricordoche a metà degli anni '80 l'assemblea dei soci della Cassa di Risparmio eracomposta da 105 membri, compresi i principali enti locali del territorio; siriuniva una volta l'anno e costituiva un punto di riferimento, per capirel'andamento dell'economia e le caratteristiche dello sviluppo della Città,fornendo dati significativi per diverse analisi. Era un momento “solenne”. Nonsi parlava di dividendi, ma si destinavano gli utili della Cassa ai settoriprincipali di intervento: la sanità, il sociale, l'università, la cultura e gliaiuti per i progetti proposti dalle associazioni. Si  ascoltavano interventi di alto profilo e sipensava anche alla unione delle Casse di Risparmio della Romagna  (CARIRO), per creare una forte presenza delcredito locale. Un sogno che si è infranto contro la tradizionale litigiositàdelle città romagnole, che tanti guai ha già creato nel corso della nostrastoria e che, forse, continuerà a farne.

Seil progetto fosse andato in porto, avremmo avuto la vera banca del territorio,solida e con dimensioni ottimali per qualsiasi intervento. In fondo i grandigruppi industriali cesenati, che operano a livello internazionale, sono nati ecresciuti anche grazie alla Cassa e alla Popolare di Cesena.

Poiall'inizio degli anni '90 sono arrivate le leggi Amato-Ciampi, che obbligavanola separazione dell' attività bancaria, con l'ingresso dei capitali privati, daquella istituzionale, mediante la creazione delle fondazioni, che si sarebberoaperte alla società, cosiddetta “civile”. Ampliando l'assemblea a 131 membri ecreando inoltre  un consiglio generale di20 membri, rappresentativo delle categorie economiche, sociali, delvolontariato, dell'università e della diocesi, e ovviamente degli enti locali.

Nonerano buone le leggi Amato-Ciampi? Non sono in grado di valutarlo, so comunqueche noi abbiamo differenziato e separato ben poco le due attività, che finoalla fine hanno vissuto “insieme” (anche nel logo). Sono mancate le condizionidi mercato? Ha prevalso il desiderio di tenere stretto il controllo della Bancada parte della Fondazione o siamo stati colpiti da ignavia? Sta di fatto chenegli ultimi vent'anni, chi è stato presidente della Banca è stato presidenteanche della Fondazione e viceversa. Questa simbiosi è andata a detrimentoproprio della Fondazione, che ha garantito da un lato la continuità alla Banca,ma, dall'altro, non ha mai provveduto a diversificare le proprie quote dicapitale e a creare le condizioni per una propria e autonoma crescita.

Eoggi da patàca, mi viene da dire: la Fondazione “deve finire” perché laBanca ha concesso troppi crediti al “cerchio magico” degli amici del mattone.Storia triste.

Unpezzo di storia della Città se ne va; precipitato nel vuoto dell'indifferenza eforse troppo frettolosamente archiviato, e con tanti lati  “oscuri“. A cominciare dal ruolo avuto dallaBanca d'Italia, che ha seguito e determinato, passo dopo passo, l'interavicenda cesenate negli ultimi mesi e le responsabilità oggettive che ad essa sidevono fare risalire. I controlli sono stati superficiali o approssimativi? Qualcunoci ha raccontato delle bugie? Credo di potere affermare che tante, e troppe,sono state le azioni e le pressioni esercitate perché la Cassa finisse inquesto modo....non esaltante, né confortante per la nostra città.


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