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   Politica Locale

venerdì 14 ottobre 2016

Perdita del localismo delle banche. Impoverimento del territorio

di Paolo Morelli

La Romagna, e il Cesenate inmodo particolare, sono sempre stati considerati territori fortunati dal puntodi vista economico e sociale: lo stretto legame con l'agricoltura, inparticolare l'ortofrutta, e l'ingegno di numerosi imprenditori che hanno creatoaziende di trasformazione, una rete commerciale planetaria e aziendeproduttrici di macchine per la lavorazione dei prodotti dei campi, hanno creatoun tessuto economico solidissimo, resistente a ogni vento di crisi. Lo sviluppodel turismo balneare e la crescita di alcune aziende di rilievo internazionalehanno fatto il resto.

Non è un caso se in Romagna sononate così tante Casse Rurali da rappresentare un caso nazionale. E numeroseCasse di Risparmio, una per ogni città.

Ma dal 2010, quando hannocominciato a sentirsi anche qui gli effetti di una crisi economica senzaprecedenti, che non era congiunturale ma strutturale, il sistema delle bancheromagnole, gestito da un'oligarchia autoreferenziale che si fregiava dei buonirisultati favoriti da un ciclo economico che continuava a espandersi, hacominciato a scricchiolare in modo sempre più sinistro. Paradossalmente quelloche sembrava l'anello più debole di una catena che non si è mai saldata, Forlì,ha anticipato la scelta della perdita dell'autonomia della Cassa dei Risparmi,ottenendo benefici notevoli per la Fondazione e quindi per il territorio, macausando anche la penalizzazione di coloro che erano rimasti azionisti localidi una banca che locale non è più. Lo stesso è accaduto anche prima a Cesena epoi a Ravenna sul fronte della Popolari, ma in questo caso a trarne beneficio èstato un gruppo di privati cittadini.

Veniamo ai tempi nostri e allotsunami che si è abbattuto sul panorama bancario romagnolo, con particolareriguardo a Cesena, causando un impoverimento del territorio le cui conseguenzeancora non sono ben evidenti, ma lo diventeranno nei prossimi mesi e siprotrarranno molto a lungo nel tempo. Uno tsunami che ha avuto un'eco mediaticaquasi esclusivamente locale poiché, nello stesso periodo, ci sono statisconvolgimenti ancora più grandi a livello nazionale. Ma ciò non toglie che idanni siano notevolissimi, e probabilmente le ferite inferte al tessuto socialedalle crisi delle banchenon potranno essere mai rimarginate.

In termini aritmetici, cioèconsiderando solo i soldi volatilizzati sotto forma di capitale sociale che nonc'è più, dobbiamo parlare di quasi 150 milioni di euro, se sommiamo ai 16milioni sottoscritti dagli ottomila soci di Banca Romagna Cooperativa i 130 milionicirca di calo del valore delle azioni della Cassa di Risparmio di Cesena pereffetto della riduzione del valore nominale da 5,60 a 0,50 euro (in realtà ilvalore nominale è stato annullato, 0,50 è solo la cifra di riferimento per lenuove azioni). Ma nel caso della Carisp il danno è più che doppio perché leazioni, fin dall'emissione all'inizio degli anni Novanta, furono pagate daisottoscrittori 20.000 lire (con sovrapprezzo) e col passare degli anni lecompravendite avevano superato la quotazione di 19 euro. Il danno totale, solodal punto di vista finanziario, è quindi superiore a 300 milioni di euro. Aparziale consolazione dei risparmiatori che piangono sul tesoretto che non c'èpiù potremmo evidenziare che poteva andar peggio e che anche chi ha investitoin azioni di altre banche è in situazione analoga, ma quel che ci interessa èche i soldi non ci sono più. Al danno economico diretto bisogna aggiungereanche la perdita di posti di lavoro e la riduzione del potere d'acquisto ditante famiglie per effetto di contratti che tendono a ridurre il costo dellavoro per le banche.

Ma c'è un danno ben maggiore cheè rappresentato dalla perdita del localismo delle banche. Nessuno lo evidenziachiaramente, ma si intuisce un disegno generale di riduzione del numero dellebanche e di centralizzazione dei poteri decisionali in pochissime mani. È undisegno politico che va avanti da tempo (non solo nel settore bancario) e nontiene conto della peculiarità del tessuto economico dell'Italia, formato da unamiriade di imprese piccole e medie che sono sempre più in difficoltà per laburocrazia che asfissia, il fisco che strangola e il credito che viene erogatosolo in funzione di una classificazione che tiene conto esclusivamente diparametri finanziari di bilancio.

Quel che sta accadendo alla Cassadi Risparmio di Cesena è emblematico e per quel che si riesce a sapere èanalogo a quello che è successo, con conseguenze ancora più gravi, a BancaMarche, Popolare dell'Etruria, Cariferrara, Carichieti, Veneto Banca, Popolaredi Vicenza, e probabilmente sta per succedere anche alla Cassa di Risparmio diRimini e al Credito di Romagna: si prende una banca medio-piccola con qualchedifficoltà (chi non ne ha, dopo otto anni di crisi immobiliare?), si mettono inevidenza i problemi attraverso ispezioni e commissariamenti, si fa circolarequalche notizia negativa che favorisce la fuga di un po' di risparmiatori e...il gioco è fatto! La banca è cotta, pronta per essere servita nel piatto di chiha sufficiente liquidità per ripristinare i parametri patrimoniali che nelfrattempo sono crollati. 

E chi dispone della liquiditànecessaria, se non le banche maggiori che possono attingere dai fondi messi adisposizione a tassi irrisori dalla Banca Centrale Europea? Così i soci dellabanca, gli azionisti, vedono svanire dall'oggi al domani il loro investimento,che quasi mai era di natura speculativa, e chi si presenta come “cavalierebianco” mette le mani sul patrimonio della banca (che non è fatto solo di benimateriali, ma di storia, radicamento sul territorio, legame con la clientela,personale formato e competente...) compresi i crediti deteriorati, cheprobabilmente si riveleranno una bella miniera, mettendo in un angolo, senzariconoscergli un centesimo, chi quel patrimonio l'ha creato e sviluppato. 

Tra questi c'è anche laFondazione della Cassa di Risparmio di Cesena, il cui patrimonio è statopraticamente azzerato, col risultato che non ci saranno più i tre-quattromilioni di euro che ogni anno venivano erogati a favore del territorio quandola banca rendeva bene e distribuiva dividendi. Nonostante questo, la FondazioneCarisp, il cui presidente Bruno Piraccini ha sempre agito in accordo colconsiglio d'amministrazione e il consiglio generale, i cui componenti hannorinunciato a qualsiasi emolumento, ha subito il precipitare degli eventi senzacercare di contrastarli, almeno pubblicamente. Evidentemente la priorità eragarantire la prosecuzione dell'attività della banca, seriamente minacciatadalle rapide manovre con le quali, un colpo dopo l'altro, è stato fortementeridimensionato il patrimonio.

Un ruolo fondamentale nel fareevaporare i soldi che 13.200 persone, aziende ed enti avevano investito nelleazioni Carisp l'ha avuto il professor Angelo Provasoli, già rettore dellaprestigiosa università Luigi Bocconi di Milano: ha fornito (dietro lautaparcella, immaginiamo, visto che la banca non ne rivela l'entità) al nuovoconsiglio d'amministrazione guidato dall'avvocatessa Catia Tomasetti unavalutazione del valore della banca usando il metodo DDM, sigla che sta perDividend Discount Model. Già il fatto che ci sia la parola 'Discount' potrebbefare arricciare il naso, ma se approfondiamo i fondamentali di questo metodo,il naso si storce proprio in una smorfia di disgusto: il DDM è una formulamatematica che determina il valore di un'azienda tenendo conto solo deidividendi che saranno prevedibilmente distribuiti in futuro. È bastato fornireal professore un piano industriale che preveda pochi dividendi e il gioco èstato fatto: infatti la valutazione del valore della Cassa di Risparmio diCesena, secondo Provasoli, è compresa in una 'forchetta' che va da 500mila a32,8 milioni di euro, corrispondenti a un valore per ognuna dei 27 milioni diazioni compreso tra 2 e 81 centesimi. Nessun valore viene attribuito alpatrimonio, che pure ammonta a 107 milioni dopo la chiusura del bilancio 2015con una perdita di 252 milioni, niente per l'avviamento, il marchio, gliimmobili, l'ingente credito d'imposta, la rete commerciale, i dipendenti. Questiultimi, anzi, rappresentano ormai solo un costo da abbattere. Più in fretta chesi può, a partire dai più esperti.

Se Provasoli è il pivot dellanuova squadra della Cassa di Risparmio, sono numerosi i giocatori che vi giranoattorno, ognuno col proprio ruolo: si comincia con la Banca d'Italia cheall'inizio del 2015 manda un'ispezione durante la quale vengono chiesti fortiaccantonamenti che portano il bilancio semestrale a chiudere con una perdita di37 milioni. La lettera con le contestazioni derivate dall'ispezione, però,viene spedita solo a novembre, sei mesi dopo la chiusura. Il contenuto dellamissiva è tenuto rigorosamente segreto, ma per capire quel che c'era scrittobasta guardare quel che è successo nei mesi successivi: bisogna cambiare tutto!Consiglio d'amministrazione, direzione, organizzazione e responsabili degliuffici di controllo. Ed è necessario trovare rapidamente un partner di maggioridimensioni.

La palla passa alle Fondazioniche controllano il 66% delle azioni Carisp (Cesena 48%, Lugo 12%, Faenza 6%) esono legate da un patto di sindacato. Di fronte allo spauracchio della “risoluzione”della banca (la parola da usare sarebbe “fallimento”, ma non è elegante) lefondazioni abbozzano e il  1^febbraio 2016 eleggono un consiglio d'amministrazione tutto nuovo, molti deicui componenti erano stati conosciuti solo attraverso i curriculum, e guardanosenza aprire bocca ogni mossa decisa dalla nuova presidente, l'avvocatessaCatia Tomasetti, elegante cinquantenne con solidi legami nel PartitoDemocratico (è stata nominata presidente dell'Acea dall'ex sindaco di Roma IgnazioMarino) i cui modi affabili nascondono un pugno di ferro inesorabile, come bensanno coloro che pensavano di restare nei loro posti di vertice della bancaanche con la nuova gestione.

E cosi, nel giro di pochi mesi,la Cassa di Risparmio di Cesena viene condotta sull'orlo del baratro, colpatrimonio ridotto da 300 a 107 milioni in meno di un anno e il bilancio 2015chiuso con una perdita di 252 milioni, grazie all'azione di alcuni consulentiben pagati tra i quali si distingue Elia Colabraro. 

Intanto alla direzione generalepassa come una meteora il romagnolo Dario Mancini, sostituito a metà luglio,dopo tre mesi e mezzo di servizio, dal torinese Bruno Bossina, la cui provenienzadal gruppo Intesa Sanpaolo induce più d'uno a pensare che la sorte della Carispsia già stata decisa.

Facile, a questo punto,applaudire l'intervento dello Schema volontario del Fondo interbancario ditutela dei depositi (è formato dalle maggiori banche italiane e straniere cheoperano in Italia) che immetterà 280 milioni di euro nella Carisp con unaumento di capitale riservato che, grazie alla perizia Provasoli, sarà fatto a0,50 centesimi per azione. Il prezzo non è stato determinato a caso: consentiràal Fondo di avere 560 milioni di azioni, circa il 94 percento del totale, conle fondazioni ridotte al 4 percento e i privati al 2!

Questa strabordante maggioranzaservirà al Fondo per garantirsi la possibilità di vendere la maggioranzaassoluta della Carisp mantenendo una quota azionaria consistente anche nel casoin cui andasse in porto l'operazione dei warrant (diritti) assegnatigratuitamente ai vecchi azionisti, comprese le fondazioni, in ragione diquattro warrant per ogni azione posseduta. 

Ecco, i warrant: secondo i nuovivertici della banca sono una buona opportunità per gli azionisti di recuperareuna parte dei soldi persi con l'aumento di capitale riservato al Fondo, ma aparere di molti azionisti e qualche professionista (che però non s'azzarda amettere la testa fuori dalla trincea), è solo fumo negli occhi. Il fatto che idiritti potranno essere esercitati solo nel periodo compreso tra 18 e 60 mesidall'emissione, acquistando un'azione per ogni warrant a 50 centesimi, lostesso prezzo riservato al Fondo, avvalora i sospetti. In ogni caso c'è unaspetto positivo: i warrant vengono assegnati gratuitamente, quindi gliazionisti non subiranno ulteriori perdite.

In mezzo a questo turbinosoevolversi delle vicende relative alla maggiore banca cesenate, si assiste a unpreoccupante silenzio (o quasi) delle istituzioni, delle forze politiche, deisindacati. Le voci che si sono levate sono state poche e a volte non moltoconvinte. Eppure si tratta di un'azienda che ha quasi mille dipendenti e un fortissimoradicamento territoriale: accadesse in un altro settore, sarebbero ben altre lereazioni. Si intuiscono manovre e accordi sotto traccia a tutti i livelli, eimbarazzi a far sentire la propria voce per evitare di essere chiamati apartecipare al gran ballo delle responsabilità (che terrà banco nei prossimimesi).

E così, in un caldissimoCarisport (non sono mancati i malori) il 3 luglio 2016 sono stati approvati ilbilancio con i 252 milioni di perdita, l'aumento di capitale da 280 milioniriservato al Fondo e tutti gli altri punti connessi con questa manovra. LeFondazioni di Cesena, Lugo e Faenza, pur non essendo più legate del patto disindacato, hanno votato sì a tutti i punti dell'ordine del giorno, pur conqualche distinguo, rendendo vana la partecipazione degli azionisti privati lacui maggioranza ha comunque approvato tutti i punti tranne il bilancio. Il votonegativo al bilancio da parte dei privati è stato probabilmente determinatodalla volontà degli ex amministratori e dirigenti, quasi tutti azionisti diprimo piano, di tenere aperta la possibilità di un'impugnazione di questobilancio la cui costruzione mostra più di una crepa, impugnazione che potrebbeessere strategica in vista delle future battaglie legali.

Tra le cose che stonano in questoaffollato e contorto panorama c'è la rappresentanza sindacale aziendale:First-Cisl, Fiscat-Cgil e Uilca, memori di una sostanziale sintonia ventennalecon l'ex direttore Adriano Gentili, sembrano più impegnati a contrastare chicerca di fare una corretta informazione e a tenere in un angolo il sindacatoautonomo Fabi, costretto a tavoli di trattativa separati, piuttosto che alimitare i danni di uno sconquasso che negli ultimi mesi ha portato allachiusura di venti filiali e altri danni sul fronte occupazionale farà infuturo.

Sul fronte politico la sola forzaa far sentire una voce forte e chiara con una conferenza stampa e un'assembleapubblica è stato il Movimento 5 Stelle che ha parlato apertamente di “bancasottratta ai cesenati, non sappiamo se legalmente o illegalmente” e ha messol'accento non solo sui trecento milioni e passa persi dalla Fondazione e dagliazionisti privati, ma anche sui cinque miliardi di euro di risparmi che sarannogestiti lontano da Cesena.

A non farsi sentire sono anchegli ex amministratori e dirigenti, nonostante ci siano due inchiestegiudiziarie che li coinvolgono: una della Procura della Repubblica di Forlì cheha preso la mossa dalla distribuzione anticipata di un dividendo a fine 2012,già arrivata alla chiusura delle indagini preliminari; l'altra della Procura diFerrara su un'illegittima sottoscrizione reciproca di azioni tra la Cassaferrarese (una delle quattro banche “salvate” a fine 2015, ora dichiaratainsolvente) e la Cassa cesenate, illegittimità contestata con un comunicatodall'ex presidente Germano Lucchi. 

Gli ex vertici della Carisp hannodeciso comunemente la linea del silenzio: forse temono di darsi la zappa suipiedi con qualche dichiarazione avventata nella prospettiva di una causa civilemilionaria (in termini giuridici si chiama “azione di responsabilità”) che labanca ha intenzione di proporre nei confronti dei precedenti amministratori edirigenti.

In questo contesto chi ci sguazzacome un'oca nello stagno è Davide Fabbri, ex consigliere comunale dei Verdimolto attivo su Facebook (ora si definisce “blogger indipendente”) sempre acaccia di visibilità e consensi. Ha approfittato del fatto che le associazionidei consumatori non hanno mostrato grande prontezza e ha fondato un Comitatosoci che in poche settimane ha raccolto circa trecento adesioni di azionistiche non ci stanno a perdere i propri risparmi in silenzio. A guidare ilcomitato, insieme a Davide Fabbri, c'è Franco Faberi, un ex pilota Alitalia cheora si definisce “street economist”. È curioso che né Fabbri né Faberi sianoazionisti Carisp: il primo dice di non essere riuscito ad acquistare un pugnodi azioni per gli ostacoli frapposti dalla stessa banca, il secondo dice diaverle vendute quando ha sentito puzza di bruciato.

Nel mirino di Fabbri c'è laprecedente gestione della Cassa di Risparmio di Cesena, con i presidentiGermano Lucchi, Tomaso Grassi e il direttore generale Adriano Gentili, masoprattutto il presidente della Fondazione Carisp Bruno Piraccini, tiratopesantemente in ballo con accuse che coinvolgono anche alcuni suoi famigliari.Fabbri punta il dito anche contro i giornali locali che non pubblicano neldettaglio le sue accuse e fa un po' di confusione sugli autori degli articoli,ma non risponde a chi gli chiede di mostrare le prove di quel che scrive. 

Faberi, invece, ha puntato ildito contro la perizia Provasoli arrivando alla conclusione che il valore delleazioni basato sul patrimonio attuale non dovrebbe essere di 0,50 euro, ma di3,90. 

Queste vicende, che stannotenendo banco anche nelle chiacchiere da bar a Cesena e in Romagna,continueranno a restare d'attualità per anni. Nessuno può sapere come andrà afinire per i singoli protagonisti, ma una cosa è certa: la Cassa di Risparmiodi Cesena, dopo 175 anni di storia, non sarà mai più di Cesena.


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