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   Politica Locale

venerdì 14 ottobre 2016

Sistema sanitario sottosistema di quello economico

di Tommaso Marcatelli

Inquesta estate un po’ “foolish”, mentre il terrorismo islamista ha iniziato a sgozzarein Europa  i preti sul’altare, e l’elitegender-massonica che ci governa ha più a cuore la cannabis di Della Vedova chela salute dei cittadini, la sanità ha continuato ad essere la grande desaparecido neldibattito politico odierno condotto sui media nazionali se non come costo datagliare o cronaca giudiziaria.

E anchel’accanimento mediatico, con cui ilsindaco Lucchi ha invaso la città con la proposta di un nuovo ospedale, èapparso un po’ strano, ma non bisogna dimenticare che nei momenti difficili èun buon diversivo fornire qualche potente rito collettivo partecipativo ( abase di tavoli, commissioni, relazioni, statistiche) ai cittadini, coloro chepoverini non si rendono conto di come il mondo sia difficile, per neutralizzarel’ansia di questo tormentato passaggio epocale. Un ansiolitico, insomma disicura presa, anche se con soluzioni imprevedibili.

Intendiamoci.Anch’io credo che sia bene diffondere il più possibile le conoscenzestatistiche e progettuali sulla sanità cesenate, ma penso che ci siano altremodalità che ci permettano di sussurrare ai cittadini come stanno realmente lecose. E credo che il nuovo ospedale (che si farà) non debba e non possa essere ilpunto chiave della nostra riflessione odierna sulla salute.

Occorretenere alto il confronto su altri temi avendo chiaro che da anni è cambiato ilparadigma. Da quando il sistema sanitario è diventato un sotto sistema diquello economico, le cose sono radicalmente cambiate, e le numeroseristrutturazioni, riorganizzazioni, concentrazioni dell’organizzazionesanitaria regionale si sono trasformate di fatto in progressivi razionamenti.

L’areavasta  nasce da un ripensamento delsistema all’insegna delle compatibilità finanziarie. Inpratica il fine è quello di garantire  omogeneità non dei risultati disalute  ma soprattutto dei costi per garantire sostenibilità alsistema attraverso l’uniformità nelle spese: la spesa diventa essenzialmenteuna questione di controllo e per controllare al  meglio è necessarioaccentrare e omogeneizzare la realtà sanitaria. Per inciso, da questo punto divista l’eterogeneità, la diversità, la specificità, la soggettività  di unterritorio diventano un problema di spesa se non una fonte di spreco. Perquesto non si può parlare di sanità cesenate senza parlare anche di sanità deiterritori ad essa collegati.

Fra i moltiesempi di questa strategia ne cito alcuni che potrebbero sembrare marginali, mache ne sono lo specchio fedele, e che incidono profondamente sull’efficacia delsistema

Ildepauperamento a Cesena delle unità operative complesse.

Con impetoiconoclasta si tagliano le unità operative complesse (parola d’ordine: evitarele ridondanze). I tecnocrati dimenticano però che le unità operative non sonocatene di montaggio ma sistemi complessi dove etica, relazioni umane, tecnicascienza economia e organizzazioni si mischiano per raggiungere faticosamente unequilibrio che va presidiato e mantenuto quotidianamente con un impegnocostante.

Quantiprimari mancano al Bufalini, quanti primari “a scavalco” fra Cesena e Forlì?Non è il caso di fare ora il conteggio, ma qualcuno dovrà rendere conto diquesta desertificazione.

Questa è unapesante diminuzione della capacità di risposta di un sistema, perché togliequell’autonomia (relativa) che consente la giusta modalità di affrontare leesigenze reali del territorio. Si ha un bel diredella centralità del malato ma davanti all’imperativo categorico di spenderemeno non c’è centralità, non c’è relazione, non c’è autonomia che tenga.

La Cardiologia di Cesena, o meglio l’organizzazione dell’emodinamica diarea vasta. Occorre prima premettere che il lavoro dell’equipe cardiologicacesenate è eccellente e che non sono in questione competenze e professionalità.Sono in questione i soliti atteggiamenti contabili.

Sull’emodinamica i cittadini hanno costretto ad un confronto pubblicol’oligarchia del pensiero unico di area vasta, e non pare che ne siano uscitimolto bene.

L’impudenza dei tecnocrati ha sostenuto al limite del ridicolo (o deltragico?) che “less is more”, cioè hanno cercato di provocarci sostenendo chefare di più non significa fare meglio (sic!).

Non si sono ancora accorti che oggi il problema è esattamente il contrario:fare di meno significa fare peggio. Perché mai milioni di italiani vanno nelprivato e altri ricorrono all’intra moenia, perché si fa di più o si fa dimeno?

E comeconseguenza non vi sembra che il deterioramento quali-quantitativo dei servizi(per fortuna ancora poco evidente nelle nostre zone, ma drammatico in altrearee del paese), effetto sì della crisi, ma anche di scelte politiche eamministrative dettate dalle derive economiche che le aree vaste attuano,facciano intravvedere nuove diseguaglianze? 

Si leggeche, mentre la spesa privata per la tutela della salute  raggiunge i 33 miliardi di euro, il 10% dellapopolazione non si cura e il 7%  siindebita per curarsi. Anche da noi  leclassi sociali a più basso reddito sono quelle che più frequentemente rinuncianoalle cure. Con effetti checominciano a vedersi nell’aspettativa di vita, nella mortalità e morbilità,nella iniquità di accesso ai servizi sanitari, nelle possibilità di tuteladella salute.

Ed ecco che allora in questa logica economicistica arriva l’attacco allaprofessione medica cercando di insinuare che

• il medico sia il principale responsabile dei costi dei consumi

• l’autonomia professionale sia un valore negoziabile

• che la clinica sia subordinata all’economia.

Questo è grave. Se si rompe la già fragile alleanza medico paziente è lafine della fiducia nelle relazioni umane fra sanitari e cittadini! Basta conquesta storia degli esami inutili! Un esame che da un risultato negativo non èinutile, né inappropriato (altra parola magica) se concorre a formulare unadiagnosi finale corretta! E le semplici richieste dei malati non sono “inutili”per definizione. Anche perché non è inusuale che i malati ci indovinino. Imalati non sono “trivial machine” (macchine banali), ed è per questo che non lopossono essere neanche i medici. Non intendo ovviamente difendere gli ignorantie i vagabondi che ci sono in tutte le categorie, ma per questi occorre un altromodo per contrastarli.

Possiamo contribuire a cambiare le cose? A breve forse no. Ma c’è qualcosache la politica, quella vera, può fare senza pretendere di risolvere tutto. Puòiniziare una lunga e difficile battaglia per educare i cittadini acomportamenti adeguati per migliorare e aumentare la salute collettiva. Icittadini in gran parte non hanno ricevuto adeguate istruzioni riguardo alladifesa della salute: la scuola, i media, le associazioni, le imprese, tuttidevono premere perché si attui un piano capace di ottenere risultati. In questomomento in cui pare che i governi siano disposti a spendere miliardi per lasalute del pianeta, non si trovano i soldi sufficienti per la salute deicittadini? È un programma di almeno due generazioni, ma che deve cominciaresubito. Come per il terremoto, prevenire è meglio che curare. Ma anche lì,nonostante le tragedie non si comincia mai.

Davanti ad un cartello che gli chiedeva:” Eliminare gli imbecilli”, il Gen.De Gaulle rispose: “Vaste Programme”, una frase che con tonoelegantemente sarcastico  serviva aliquidare i progetti pretenziosi e utopistici da qualunque parte venissero.

Educare i cittadini a preservare la salute è invece possibileoccorre solo la forza politica di volerlo.


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