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|  domenica, 27 maggio 2018
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   Politica Locale

mercoledì 26 aprile 2017

Cesena "Città del futuro"

di Giampaolo Castagnoli

Inun mondo che sta cambiando ad un ritmo travolgente e lo farà sempre di più, laCesena che immagino è una città capace di affrontare questo cambiamento consoluzioni innovative. È questa la sfida che avranno di fronte la futuraamministrazione comunale e la politica tutta ma non solo. Ci sono almeno altridue attori fondamentali per scalare questa montagna: il mondo dell'istruzione edella formazione e quello dei "corpi intermedi", dalle associazionidi categoria delle imprese ai sindacati fino al mondo del volontariato e del noprofit. E poi ci sarà bisogno anche di tante intelligenze singole che ci sonoin questo territorio e che sarebbero preziose anche come "battitoriliberi", ma con una consapevolezza chiara: occorre che si mettano in giocoall'interno di un sistema che per essere efficace dovrà agire in modointegrato, dando sì spazio alla libertà individuale ma con una forte regiapubblica e tenendo a mente che c'è sempre una cornice sociale e comunitariadentro cui muoversi.
In una parola, se dovessi definire cosa dovrebbe e potrebbe essere la Cesena didomani, userei la formula "città del futuro". Chi governerà avràalcuni grandi progetti già impostati da condurre in porto nel migliore deimodi: su tutti, penso alla costruzione del nuovo ospedale ma - aspettoaltrettanto importante - anche alla decisione su cosa fare del vecchio Bufalini,e poi non dimentichiamo il varo del nuovo Piano regolatore. Servirà però anchela lungimiranza di individuare subito nuove frontiere, che non potranno cheessere rivoluzionarie, perché quella che stiamo vivendo è un'epoca di mutamentidi un'enormità e di una rapidità che non abbiamo mai conosciuto prima nellastoria. E allora o si sa cavalcare quell'onda, evitandone le creste piùpericolose e sfruttandone la spinta positiva, o si verrà drammaticamentesommersi.

Dadove partire per dare gambe a questa visione? Non ho dubbi: dalle nuovegenerazioni, e quindi dalle “fucine dei saperi”, che hanno il loro fulcronell’università. Nonostante sia attivo da quasi trent’anni, il polouniversitario cesenate è ancora un corpo troppo slegato dalla città. Al difuori di quella torre d’avorio, chi conosce le innegabili eccellenze che i varicorsi di laurea possono vantare, a partire dall’attività di ricerca? E al tempostesso, chi frequenta quei corsi quanto interagisce con l’ambiente cittadinoche lo circonda e soprattutto, quando si affaccia sul mondo del lavoro, quantoriesce a diventare motore propulsivo dell’economia del territorio? Il livellodi interscambio è carente, ed è davvero un peccato. La realizzazione del Campusall’ex zuccherificio è una grande opportunità, che può aiutare a fare un passoavanti da questo punto di vista. Però non basta. Io credo che Cesena avrebbebisogno di una Silicon Valley in miniatura, uno spazio definito (che potrebbeessere il complesso del vecchio ospedale, quando sarà pronto il nuovo), dove sipossano sviluppare tante realtà, sulla scia di quanto è stato fatto conCesenalab, che abbraccino un po’ tutti i settori. Questa grande fabbrica di“buona modernità”, in grado di mantenere qui i nostri giovani cervellimigliori, invece che condannarli a migrare all’estero, e – perché no? – capacedi attirarne anche da altri Stati, potrebbe svilupparsi inizialmente attornoalle discipline che si studiano nella nostra università. E allora, oltre apotenziare quelle tecnologiche legate all’informatica e all’Ict che hannotrovato in Cesenalab un interessante incubatore, si potrebbero creare unurban-lab ed un archi-lab valorizzando la presenza in città dei corsi diIngegneria ed Architettura, ma anche un agri-lab ed uno psicosocial-lab chediventino proiezioni di Scienze dell’Alimentazione Psicologia. Un energy-lab edun cultu-lab sono altre due fucine di innovazione che mi piacerebbe vedere.Queste esigenze nascono da una situazione che stiamo già vivendo, pur senzaaccorgercene ancora, e che è stata evidenziata da recenti ricerche che hannoevidenziato che due terzi dei ragazzi che stanno andando a scuola ora farannolavori che ancora non esistono. Se non ci si attrezza tempestivamente peradattarsi a questa  dimensioneinesplorata e per certi versi minacciosa, intere città rischiano di sprofondarein un novello medioevo.

L’universitànon è comunque l’unica realtà a cui prestare attenzione. Le menti e - aspettoaltrettanto importante - le coscienze si sviluppano prima di tutto nelle scuoledell’obbligo, anzi già in quelle dell’infanzia, e quindi anche qui servonosforzi per sperimentare i metodi educativi più avanzati. Per gli istitutisuperiori è sempre più pressante la necessità di avere strutture spaziose,sicure e moderne e risposte importanti potranno darle gli edifici attualmenteoccupati dall’Università quando si libereranno una volta che sarà completato ilCampus. Ma i contenitori non sono tutto. Ancora più importanti sono i contenutiformativi. Su questo versante, io continuo ad avere un chiodo fisso:l’educazione civica dovrebbe essere una materia basilare, importante quantol’italiano, la matematica e la lingua inglese. Senza aspettare che se nerendano conto a Roma, adeguando i programmi didattici, iniziamo da domani adare una centralità a questa disciplina, attraverso un patto nell’ambitodell’autonomia scolastica che ogni istituto ha. E’ essenziale perché, se non siha la più pallida idea di cosa significhi essere cittadini e delle istituzioniche sono alla base del nostro vivere insieme, si possono imparare tante cose maè come avere un bel treno con tanti vagoni senza avere i binari su cui farloviaggiare.

Unultimo tassello chiave è la formazione professionale, perché non si può pensareche esisterà solo lavoro intellettuale a misura di laureati. Tra l’altro,almeno in una prima fase della nuova società multiculturale e multietnica che -piaccia o no - è inevitabile, gran parte dei migranti che arriveranno sarannooccupati in settori “manuali”, che hanno appunto bisogno di una formazioneprofessionale all’altezza. Attualmente è troppo frammentata tra mille enti cheoperano in modo non coordinato: serve un riordino, e anche qui si può averel’ambizione di mettere a punto un “modello Cesena”. A questo proposito, sarebbeinoltre auspicabile un cambiamento di mentalità: è ora di smettere di pensareche certi mestieri siano “di serie B”, perché in molti casi sono già, e sarannosempre di più, professioni ad alto contenuto tecnico.


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