Per visualizzare il contenuto occorre scaricare Adobe Flash Player

Get Adobe Flash player

Home
|  sabato, 22 settembre 2018
|  sabato, 22 settembre 2018

   Politica Locale

giovedì 27 aprile 2017

La Politica della Bellezza

di Giovanni Poletti

A Denis Ugolini.

Scrive James Hillman (1926-2011) nella prefazione al libro Politica della bellezza, edito per i tipi di Moretti & Vitali nel 1999, «Coniugare estetica e politica, o bellezza e città, può sembrare un'idea decisamente azzardata, ai giorni nostri, mentre era comune e fondamentale nella vita della Grecia antica. Despoti orientali e prìncipi europei dilapidarono i loro patrimoni per far erigere monumenti di imperituro splendore, in gloria dei loro Dei – e naturalmente di loro stessi – ma anche per allietare la gente che governavano – e che tassavano. Una popolazione turbolenta veniva placata dalla bellezza e dalla edificazione della bellezza […]. Le opere estetiche guadagnavano al sistema politico l'orgoglio e il consenso della gente […]».

Questa modalità, secondo la quale estetica e città sono coniugate da un pensiero politico, lascia però la psiche insoddisfatta: l'estetica è ridotta a politica, mentre la bellezza serve ad uno scopo ulteriore, ovvero l'espressione tangibile e concreta della dottrina: la propaganda fissata nella pietra.

L'implicazione dell'estetica nella politica deve pertanto essere più personale e psicologica per attingere al piano delle nostre reazioni nei confronti del mondo in cui viviamo: ogni giorno il nostro senso del bello ci accompagna in giro per il mondo. La nostra vita è una continua, sottile risposta estetica al nostro mondo. Plotino sostiene che la nostra anima «è sempre un'Afrodite» e se questo è vero - e lo è - allora ha sempre a che fare con la bellezza. Passeggiare accanto ad un edificio mal concepito e realizzato male, vivere in una città povera di stimoli estetici vivificanti, indossare una giacca o un abito tagliato e cucito male – cosa volete farci, sono figlio di un sarto che era ossessionato dalla perfezione – tutto questo significa ignorare il mondo. «Eppure, questo stato di ignoranza, questa an-estesia, è in larga misura la condizione umana attuale»; le parole sono ancora di Hillman.

Questo stato di ottundimento è sostenuto e favorito dalla nostra economia, dalla nostra politica, dal nostro modo di impegnare il tempo libero, dall'uso che facciamo dei nostri mezzi di comunicazione, mostri che possiedono la nostra vita e che la governano subdolamente, ma anche dalla nostra adesione ad un'idea di cultura aberrante, stravolta, violentata ed impoverita nella sua essenza più profonda. Ho il sospetto, ma è molto più che un sospetto, che questa anestesia favorisca un'accondiscendente passività politica dei cittadini i quali hanno abdicato ad ogni azione di consapevole controllo della politica stessa: i poteri dominanti potranno proseguire, senza impedimenti, lungo la loro rotta rovinosa.

Il cittadino che resta indifferente a quest'assalto del brutto resta culturalmente ottuso, ma ancora e affidabilmente funzionale come lavoratore e come consumatore. Se non ci battiamo, se non ci esprimiamo in favore del nostro senso estetico, un velo funebre di conformità ottundente finirà per togliere ogni espressività al nostro linguaggio, al nostro cibo, ai luoghi dove lavoriamo, alle strade delle nostre città, al nostro passato e al nostro futuro, nostro e quello dei nostri figli.

In tempi di recessione economica, di gravosa mancanza di risorse, come quelli presenti, è necessario che la politica coltivi il “pensiero” che è, insieme, estrema concretezza e utopia, progetto e volo pindarico. È proprio in momenti come questo in cui il “pensiero” e con esso la conseguente sua progettualità devono essere esercitati con cura assidua e con estrema competenza affinché nella mente, attraverso una politica “illuminata”, si prefigurino risposte estetiche possibili per il domani, ora e qui.

Non c'è più tempo, non abbiamo più tempo, non possiamo rinviare oltre una consapevole scelta estetica, non possiamo sopportare oltre una politica così profondamente estranea all'idea di bellezza. All'inizio dei Quattro quartetti Eliot scrive: «Il tempo presente e il tempo passato/sono forse presenti nel tempo futuro, /e il futuro è racchiuso nel passato. /Se tutto iltempo è presente in eterno, /il tempo non può essere redento». Forse non abbiamo bisogno di essere redenti, ma dobbiamo rispondere alla pressante sollecitazione delle parole di Eliot; nell'eternamente presente del tempo dobbiamo rispondere alla necessità improcrastinabile di una coscienza estetica.

Pensare, questo è l'esercizio che deve tornare a praticare assiduamente una politica che ha smarrito se stessa, le proprie radici, i propri archetipi: scienza e arte del governare. La politica è per suo statuto e per sua natura scienza ed al tempo stesso arte, ma scienza e arte condividono una profonda e archetipale matrice estetica. È attraverso il pensiero che l'uomo accede al più alto livello di coscienza, quello del sé; è attraverso il pensiero, quindi, che dobbiamo tornare ad un livello di coscienza – di coscienza estetica – di noi stessi e della realtà in cui viviamo.

Pensare è immaginare e l'immaginazione è sempre un'attività di natura estetica: come sostiene Yuval Noah Harari la nostra evoluzione ha pagato a caro prezzo l'esercizio del pensiero; se è così ci sarà un motivo valido!

L'immaginazione è sempre creativa e la creatività racchiude in sé un potenziale estetico dirompente; è possibile che la politica se ne sia dimenticata? È possibile che la politica abbia consapevolmente rinunciato a tutto questo in favore di un così basso e generalizzato livello speculativo, smarrita anche la traccia etimologica del termine speculazione: dal latino tardo speculatio -onis «esplorazione; indagine filosofica»; da speculare, dal latino speculari «osservare, esaminare», derivato di specĕre «guardare»;osservare, scrutare da un luogo elevato.

È possibile che la politica abbia rinunciato all'opportunitàdi uno sguardo così elevato, per una visione così miope del reale? Le domande sono retoriche, evidentemente retoriche e le risposte, ahimè, assai banali e ovvie.

Pensare è liberare un enorme potenziale estetico progettuale e “creativo” e «la risposta estetica conduce all'azione politica, diventa azione politica, è azione politica».

Commenti [0] |

  
 
 



 
Giornali on-line Il Corriere Romagna
Il Corriere della sera
La Repubblica
La Stampa
Il Riformista
Il Foglio
Terza Repubblica
Il sole 24 ore
L'Espresso
La Voce.Info