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|  domenica, 27 maggio 2018
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   Politica Locale

giovedì 27 aprile 2017

Verso il nuovo Piano Urbanistico?

di Gianluca Battistini

Il recente aggiornamento del piano di mandato della giunta comunale di Cesena ha fissato per l’anno in corso l’adozione del nuovo strumento urbanistico, in sostituzione del Piano regolatore del 2000, da redigere ai sensi della recente nuova normativa regionale. La proposta di legge è stata infatti approvata dalla Giunta Regionale lo scorso 27 febbraio dopo alcuni mesi di gestazione durante i quali non è mancata qualche critica (Legambiente, Italia Nostra…). Si tratta di un documento corposo ma ancora poco noto e - forse - non è ancora il momento per addentrarsi in giudizi di merito in quanto sono del tutto sconosciuti i 17 (si, esatto diciassette!) atti di coordinamento che saranno emanati per la piena attuazione del nuovo regime dell’urbanistica regionale. E’ inoltre molto probabile che la legge regionale subirà qualche aggiustamento di qui all’approvazione, stimata per la fine del 2017, si può pertanto prevedere che il nuovo Piano Urbanistico comunale - pare si chiamerà PUG: piano urbanistico generale - vedrà la luce solo nel 2018 e sarà pertanto approvato nell’anno successivo…forse appena prima della tornata elettorale.

A Cesena gli addetti ai lavori sentono parlare ormai dal lontano 2013 della redazione di un “quadro conoscitivo”, propedeutico alla stesura del nuovo Piano Strutturale (ai sensi della legge 20/2000). Gli indirizzi di quello studio portarono l’amministrazione comunale alle scelte della “Variante di Salvaguardia”, adottata tra il 2014 e il 2015, variante che produsse la cancellazione o la riduzione di aree di trasformazione che non erano state attuate, nonché alla drastica revisione degli indici edificatori per i tessuti “anni 60-70” (Art. 34 del Regolamento Edilizio). Le previsioni urbanistiche del PRG 2000 dovevano infatti essere ricondotte alle mutate condizioni di stagnazione economica e del mercato immobiliare in quanto l’orizzonte di crescita della nostra città, ancorché fissato al 2030, risultava del tutto sovrastimato.

Le nuove linee di indirizzo regionali vogliono precorrere i tempi del “consumo zero” di nuovo territorio, indicate dall’Europa in un tempo medio lungo, ovvero da raggiungere entro il 2050, per questo motivo i nuovi strumenti urbanistici comunali non potranno concedere interventi su suoli vergini per quanto concerne il residenziale e, entro un limite del 3% rispetto al territorio già compromesso, saranno possibili solamente le opere pubbliche, interventi per l’ampliamento di attività produttive esistenti o dichiarati di interesse strategico regionale che favoriscano l’aumento occupazionale.

Il nuovo piano urbanistico dovrà prevedere e mettere in campo le azioni utili a intervenire radicalmente sul patrimonio edilizio esistente, sia esso dismesso o meno, al fine di aumentare la qualità del costruito e le dotazioni territoriali e dei servizi collettivi. Non soltanto dunque la sicurezza sismica o l’efficienza energetica ma anche la promozione della qualità urbana e, anche derogando il D.M. 1444, perseguire la realizzazione della “città compatta” che da alcuni decenni viene teorizzato e messo in pratica nel nord Europa. Saranno pertanto da rivedere una serie di indicazioni pianificatori e, adottate con il PRG 2000, che prediligevano la bassa densità edilizia e un incremento delle dotazioni a verde per quelle aree di completamento o di espansione dei tessuti, oltre agli indici edificatori, incrementandoli laddove necessario a incentivare gli interventi garantendo una corretta densità edilizia.


La realtà urbana della nostra città appare oggi discontinua, frammentata e scarsamente gerarchizzata, tra gli indirizzi strategici il nuovo piano dovrà promuovere e incentivare la trasformazione dei tessuti edilizi sorti nel secondo dopoguerra e sino agli anni ’80 mediante l’addensamento e l’efficientamento del patrimonio esistente al fine di compattare e riqualificare interi isolati. Il Centro Storico della nostra città è stato oggetto di profonda riflessione teorica e di interventi mirati alla riqualificazione sin dall’attuazione del Piano regolatore del 1977: un gran numero di edifici privati è stato infatti oggetto di interventi profondi che hanno garantito la valorizzazione di spazi pubblici (piazze, strade e parchi) elevando la qualità e l’attrattività del centro cittadino. Al nuovo piano urbano spetterà il compito di avviare un serio ragionamento sul futuro di alcuni complessi immobiliari, in particolare pubblici, promuovendo progetti specifici per gli ambiti non ancora riqualificati o che hanno perso una destinazione d’uso coerente con la mutata realtà del centro cittadino.

Peri quartieri della prima periferia, per quelli più esterni e per le frazioni dovranno essere favoriti gli interventi di sostituzione dei fabbricati, attraverso le nuove modalità degli Accordi Operativi, in ottemperanza anche alle nuove e inderogabili necessità di sicurezza sismica e di risparmio energetico. La crisi economica che ha investito anche il settore edilizio impone un nuovo approccio al tema della crescita urbana e una revisione delle procedure autorizzative alfine di favorire la rigenerazione della realtà urbana, da affrontata senza ambiguità in termini qualitativi e non più solamente quantitativi. L’innalzamento delle dotazioni e dei servizi territoriali necessita però una profonda riprogettazione delle reti infrastrutturali e di collegamento, con un ripensando della mobilità e la localizzazione dei servizi per promuovere interventi volti alla revisione dei tessuti edilizi o delle aree dismesse. Il coordinamento degli interventi puntuali in carico ai privati garantirà un miglioramento generale della qualità a vantaggio della collettività, in una logica strutturale di incremento progressivo dei servizi sul lungo periodo. Gli interventi dovranno essere attentamente declinati sui diversi ambiti, con la consapevolezza che la città è un organismo complesso che si costruisce nel medio-lungo periodo. A tal fine le trasformazioni e le destinazioni d’uso ammissibili dovranno essere coerenti alla valorizzazione dei caratteri identitari dei luoghi.

In particolare per quanto riguarda la qualità urbana diffusa gli interventi di trasformazione dei tessuti dovranno prediligere l’innalzamento della densità urbana e favorire il mix di funzioni; saranno inoltre da promuovere interventi che rafforzano i “caratteri urbani” mediante una idonea collocazione delle attrezzature e migliorando le possibilità di socializzazione e riappropriazione dei quartieri da parte dei residenti. In particolare i nuovi “attrattori urbani” dovranno essere progettati con un approccio partecipativo tenendo presente che non si tratta di luoghi meramente intesi come erogatori di servizi, la qualità - anche in senso meramente estetico - di questi luoghi deve contribuire al rafforzamento e alla percezione dell’ambiente urbano,  implementando i valori identitari del luogo che, nel lungo periodo, costituiranno la “memoria collettiva” dei residenti e frequentatori.

La qualità urbana diffusa che deriva dal“coefficiente di forma” della città compatta, deve essere infine accompagnatada una revisione delle dotazione dei servizi e delle infrastrutture: reti deisottoservizi, telecomunicazione, trasporto e verde di quartiere e parchiurbani. Le dotazioni territoriali saranno da gestire in rapporto alle esigenzedella popolazione nei diversi ambiti: per il centro, che presenta già una buonaconcentrazione di servizi, dovranno essere promosse azioni di consolidamento especializzazione, mentre per le zone periferiche e per le frazioni dovrannoessere garantire dotazioni capillari “di rete”. In questa ottica didistribuzione modulata e di consolidamento di quanto già esiste dovranno esserevalutate con oculatezza le nuove realizzazioni, o eventuali trasferimenti(stadio, ospedale, ecc..) al fine di garantire un disegno urbano complessivocoerente e a misura d’uomo.



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