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   Politica Nazionale

venerdì 20 febbraio 2015

In difesa dell’”alito del demonio”

di Carlo Flamigni

Sultema delle regole che debbono essere imposte sulla complicata materia cheriguarda il fine-vita e l’autodeterminazione delle persone esiste un conflittoaperto e i valori che si confrontano sono sin troppo evidentementeinconciliabili:  il valore della vitaumana,  nell’accezione nella quale essarisulta indisponibile anche al suo titolare, e il valore dell’autonomia dellapersona, cui sono legati la libertà di poter disporre del proprio corpo e ildiritto di governarsi da sé nella sfera delle scelte personali. Entrambi ivalori sono stati eretti a principi morali definiti, in questo contesto, come“criteri di giustificazione delle credenze morali”. Ogni principio consiste inuna affermazione generale su ciò che ha valore e su ciò che si deve fare epuò  scaturire da una teoria morale diriferimento,  nel senso di rappresentarei cardini in base ai quali una certa teoria morale viene costruita, oppureriassumere  una gamma di principi o dipreoccupazioni morali, oppure ancora indicare radici differenti per lagiustificazione delle preoccupazioni morali nel campo dell’assistenzasanitaria.

Secondoil principio della inviolabilità della vita, il valore della vita umana èassoluto e speciale in sé, indipendentemente dalla qualità dell’esistenza edalla possibilità di poterla apprezzare e senza dare alcun peso ai desideri delle persone, non importa quando e come siano stati espressi.  La versione religiosa di questo principiopone la questione in termini di sacralità della vita, dal concepimento alla suafine naturale  (e qui, cosa significhinaturale, alla luce dei progressi della medicina, è tutto da stabilire).  La vita dell’uomo è sacra in quanto egli èstato creato a immagine e somiglianza di Dio, quindi possiede una propriairriducibile dignità, che conferisce un senso intrinseco alla vita  e le dona una specifica sacralità. Questadignità diventa un carico da portare per sempre, un fardello da sommare allepiaghe da decubito, al vomito e alla diarrea indotti dalla chemioterapia, allaparalisi di un corpo ridotto a brandelli e di una mente devastata dal dolore,ai clisteri, ai sondini, ai cateteri, mi sembra che al confronto impallidiscal’immagine delle celle nelle quali  itedeschi torturavano i  patrioti.Comunque, alla percezione soggettiva che ognuno ha della sua dignità personalenon viene dato alcun peso.

Per ilMagistero cattolico la vita umana è inviolabile, Dio ne è l’unico signore,l’uomo non può disporne e tutto ciò è legato al principio dell’assoluto - ivalori assoluti, i principi assoluti, i divieti assoluti - che non ammetteeccezioni. In realtà se questi principi si svincolano dalla dimensionereligiosa e vengono considerati solo nella loro dimensione razionale diventanomolto incerti e, diciamolo, poco credibili.  Solo i dogmifideistici rendono  accettabile questavisione del mondo: verrebbe da dire, ascoltando il buon senso, che la sacralitàdella vita  dovrebbe essere interpretatacome protezione della vita in senso biografico e non come tutela dellasopravvivenza biologica. Per molti di noi, essere vivi ha importanza solo secostituisce la possibilità di viverla realmente e appieno, questa vita: inassenza della percezione di sé, cioè di almeno un barlume di coscienza, è deltutto indifferente vivere o morire.

Al poloopposto, il principio morale di riferimento è quello di autonomia o diautodeterminazione della persona, la capacità di scegliere razionalmente lapropria condotta, di imporre un certo corso alle proprie azioni e ai propridesideri, di aver contezza dei propri sentimenti e delle proprie inclinazioni, diimmaginare di potersi realizzare attraverso un volere capace di indirizzarlialla luce di una visione ideale di sé, alla ricerca di quella particolareidentità  che ognuno di noi desideracostruire.

NelManifesto di bioetica laica, alla cui stesura ho collaborato più di dieci annior sono insieme a Massarenti, Mori e Petroni, si può leggere: “ogni individuoha pari dignità e non debbono esistere autorità superiori che possano arrogarsiil diritto di scegliere per lui nelle questioni che riguardano la sua salute ela sua vita”.  Dunque l’autonomia è ilpunto  centrale della riflessionebioetica sull’uomo, il principio che ispira e legittima il consenso informato:è da questo principio che nasce la richiesta ai medici di considerare sempreprioritarie le richieste dei loro malati, è questo principio che deve essereconsiderato guida e cardine della riflessione bioetica sull’uomo, anche perchéè quello che ispira e legittima il consenso informato.

Hascritto Giovanni Boniolo  che ènecessario distinguere vita da esistenza e inizio e fine della vita da inizio efine dell’esistenza. Cambiano evidentemente i livelli di analisi: descrittivoquello che riguarda la vita, assiologico quello che concerne l’esistenza.

Ilquesito fondamentale, la domanda che prima o poi tutti gli uomini si pongono, èa chi appartiene la vita e a chi appartiene l’esistenza. Se si tiene conto deldiverso significato dei due termini, la vita non è di nessuno: stabilire a chiappartenga l’esistenza dipende dal punto di vista da cui le si attribuiscevalore. Ci sono vite cui non attribuiamo il valore di esistenza e non ciinteressa il loro destino. Ci sono vite alle quali attribuiamo valore ed è aseconda della quantità di questo valore che ci preoccupiamo del loro destino.

Personalmente,da uomo laico, sono soprattutto interessato alla possibilità di essere liberodi esistere, perché da questa discendono altre libertà, come quella discegliere la mia morte, cioè la fine della mia esistenza, cioè ancora la finedella mia vita. Certamente questo non può essere casuale: il problemafondamentale nella vita di un uomo laico è comunque e sempre la libertà; infondo la laicità rappresenta l’atteggiamento intellettuale di chi consideraprimaria la libertà di coscienza, intesa come libertà di credenza, conoscenza,critica e autocritica.

Dunque,il quesito fondamentale resta sempre lo stesso: a chi appartiene la nostraesistenza, domanda certamente non oziosa, che chiama subito in causa ilproblema della religione, un problema destinato inevitabilmente a dividerci. Sel’esistenza è nostra, se è nostra la nostra vita, abbiamo il diritto di farneciò che vogliamo, indipendentemente da quanto pensano gli altri e nei limitiche ci sono imposti dal fatto di vivere in una comunità e di aver potutocontrarre debiti con il nostro prossimo. Se l’esistenza non è nostra, se ci èstata donata, se dobbiamo comunque risponderne a qualcuno, allora le regolealle quali siamo tenuti ad attenerci sono evidentemente diverse. Siamo di nuovodi fronte a definizioni differenti: la morte è la fine della vita o èinvece  in modo più complesso unpassaggio? Da questo primo quesito ne discende immediatamente un secondo: qualeè la cosa più importante della nostra esistenza, quella alla quale attribuiamoil maggior valore? E’ la vita in sé, perché sacra e inviolabile e dobbiamoperciò rispettarla e accettarla comunque sia, qualsiasi cosa ci faccia, senzaneppure poterla ritenere responsabile delle nostre sofferenze? O possiamoapprezzarla diversamente, valutandola e giudicandola proprio in rapporto aquanto ci concede? E cosa ci aspettiamo da lei per poterle assegnare un valore?Dignità? Qualità? E’ una scelta difficile, che in alcune circostanze puòdivenire drammatica. La vita di un bambino nato con una malattia che altro nongli concede e altro non gli concederà se non sofferenza , vale la pena diessere vissuta? Nelle stesse condizioni, la mia vita, alla quale la malattiapuò aver tolto tutta la dignità di cui disponeva, vale la pena di esserecontinuata? E questo merita una doppia precisazione: la prima che la misuradella dignità compatibile con l’esistenza è assolutamente soggettiva; la secondache è molto più difficile intervenire sulla perdita di dignità che su quelladel benessere fisico.

Insomma,al momento abbiamo due posizioni che si contrappongono e non sembra proprio chetra di loro ci sia anche la più piccola probabilità di trovare una mediazione.I cattolici sostengono la posizione dell’accompagnamento dei morenti esollecitano l’impiego delle cure palliative; per loro l’ipotesi dell’eutanasiaè del tutto ripugnante ed è comunque alternativa alla cosiddetta sceltaottimale, sulla quale sarebbe pura follia esprimere anche minimi dubbi. Per glialtri, per coloro che sostengono l’etica della qualità della vita, curepalliative e morte volontaria sono invece complementari: dapprima si intervienecon terapie che consentono la soppressione del dolore , ma dove ciò non fossesufficiente a evitare la cosiddetta condizione infernale, allora deveinevitabilmente farsi strada l’ipotesi della morte volontaria, ultimapossibilità utile per garantire la “buona morte”. Il fatto che tale possibilitàpossa essere utilizzata dipende poi da fatti casuali, variabili indipendenti,come il  tipo di patologia in atto e ilcarattere delle persone in causa. In realtà, la posizione che proponel’accompagnamento del morente rifiuta il vitalismo solo sul piano assiologico,ma non ne trae le debite conseguenze sul piano deontologico e sopravvaluta ladistinzione tra fare e lasciare accadere, al punto di credere che la nostraresponsabilità morale sia limitata alla sola azione dell’uomo (il fare, cuiconsegue un certo effetto) e non si estenda anche all’azione della natura (illasciare che la natura faccia il suo corso causando l’effetto). La differenzatra uccidere e lasciar morire, lo sappiamo bene, è sempre più sfumata.

Misembra che questa questione necessiti di una premessa fondamentale: qual è  – ammesso che esista – la regola morale allaquale tutti dobbiamo attenerci e chi ha il diritto di dettarla? Ebbene èopinione sempre più condivisa che la regola morale non si formi sui dettamidella dottrina di una religione, che sono notoriamente immobili e definitivi, eche sia invece  in continuo movimento,sulla base delle altrettanto continue modificazioni della morale di sensocomune, della quale condivide esitazioni, perplessità e tentennamenti, ma chealla fine risulta capace di rendere accettabili elementi di novità che eranostati precedentemente considerati con sospetto e respinti. Lo ha detto a chiarelettere, in una sentenza emanata nel 2011, la Corte Costituzionale per iDiritti dell’Uomo che ha chiesto ai legislatori di tenere in grandissimo contoi mutamenti della morale collettiva, inevitabili e frequenti su molte dellematerie delle quali si occupa la bioetica, anche perché influenzati daiprogressi della ricerca scientifica e dalla sua capacità di promuovere lacultura dei cittadini sollecitando l’intuizione dei vantaggi che possonoderivare dalle conoscenze possibili. In altri termini, e in modo estremamenteesplicito, la CEDU ha scritto che la regola morale non si forma per interventodella dottrina ma per adeguamento delle coscienze ( per contagio o perimitazione) alla morale comune.  Lamaggior parte degli uomini non riesce più a considerare la dottrina come una verità rivelata ed è così cheanche uno scisma sommerso riesce a venire alla luce. E’ per questo che laresistenza del mondo cattolico  alcambiamento è patetica, prima ancora che inutile. In realtà l’ostilità delmondo cattolico dovrebbe essere rivolta contro il nuovo modo con il quale lagente comune considera i problemi della morale, compito del tutto superiorealle sue forze. Per questo, essendo consapevole della inutilità dei suoisforzi, il Vaticano sta percorrendo molto tortuose strade e compiendo atti deiquali prima o poi dovrà pentirsi. Ragionate un attimo con me su cosa staaccadendo: molti cittadini in molti Paesi  hanno ottenuto il riconoscimento di un dirittoche era stato negato loro, per molti anni, ingiustamente, il diritto allaautodeterminazione.  Ora anche lamaggioranza dei cittadini italiani si aspetta  di veder riconosciuto questo diritto , e chesi tratti della maggioranza dei nostri connazionali lo dicono tutte le indaginiche sono state eseguite sull’argomento in questi ultimi anni. La negazione diquesto diritto, ottenuta sinora, oltretutto, con illeciti interventi sul nostromiserabile mondo politico, è destinata a fallire, nello stesso modo in cui sonofallite le battaglie del Magistero cattolico contro aborto, divorzio,fecondazione assistita, donazione di gameti. Se debbo essere proprio sincero non mi dispiace che i cattolici piùradicali continuino a combattere queste battaglie, invocando il loro diritto abattersi contro l’alito del demonio: non mi sono mai piaciuti e non  mi dispiace vederli finire sepolti nelridicolo.


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