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   Politica Nazionale

martedì 29 marzo 2016

Solide ragioni per rifiutare la riforma

di Davide Giacalone

Più osservi eascolti i comitati per il No (al futuro referendum sulla riformacostituzionale), più cresce la tentazione di votare Sì. Temperata dalla vogliadi andare in gita e mandarli a spigolare. Bisogna concentrarsi sulla sostanzareale della riforma, per tornare a considerare utile la campagna referendaria.Non si tratta di volere rimettere indietro le lancette dell’orologio, perché ilbicameralismo paritario di quel passato-presente ebbe un ruolo positivo in annilontani, mentre era ed è un impedimento al funzionamento dell’Italia. Si deve,semmai, pensare al futuro, rendendosi conto che questa specifica riforma cifarà correre il pericolo d’innescare degenerazioni peggiori. Non si tratta diconservare quel che già non ci piaceva, ma di non immolare sull’altare di quelrifiuto ciò che, invece, è prezioso. E se non si vuole che i comitatireferendari siano intrisi della retorica sulla “migliore Costituzione delmondo”, che oltre a essere stucchevole è anche per niente credibile in bocca achi sostenne il contrario, occorre che una parte del mondo politico,segnatamente i moderati del centro destra, ammettano di avere commesso errorigravi.

La riforma toccadiversi aspetti, compreso il tentativo di rimediare alla pessima riformacostituzionale sulle regioni e le autonomie locali, che la sinistra volleimporre, nel 2001, per far concorrenza elettorale al federalismo di marcaleghista. Ma uno solo è il tema di cui si parla: la cancellazione del Senato ela fine del bicameralismo fin qui esistito. Primo punto: il Senato resta dov’è,sicché la propaganda è mendace. Diventa una Camera delle autonomie, che avrebbesenso in uno Stato federale. Il nostro non lo è (ed è bene che non lo sia),quindi non ha senso. Secondo punto: la Camera legislativa che residua sarà elettacon un sistema a premio unico nazionale di maggioranza, sconosciuto nel mondo.Tradotto, significa la consegna di tutti i poteri a una maggioranza non creatadal sommarsi delle scelte degli elettori, quindi dall’elezione dei singolicandidati, in collegi uninominali, ma dalla riffa di un ballottaggio unico, chefarà eleggere una mandria di parlamentari sconosciuti ai loro elettori. Questesono le due solide ragioni per cui è ragionevole rifiutare la riforma.Maledicendo l’arrogante spregiudicatezza di chi, così, getta via l’occasione diuna pur necessaria riforma costituzionale.

Si lasci perderetutta la gnagnera sull’eccessivo rafforzamento del governo, perché il nostroproblema costituzionale, nel passato-presente, è la sua debolezza. Era ed ègiusto andare in quella direzione, ma è avventuroso e pericoloso farlosmidollando il Parlamento. Non rimpiangendo il passato, ma guardando al futuro,alla luce di quel che abbiamo sotto gli occhi, già sappiamo quali costumideriveranno da una simile riforma: o una platea parlamentare sovrastata dalpotere di chi decide le candidature, la distribuzione dei bonus e lasoddisfazione delle clientele, quindi un Parlamento a direzione partitica eincarnazione governativa; oppure la reazione con la decomposizione, ovvero ilconsolidarsi del già patologico trasformismo, talché gente eletta con i votidegli uni andrà (come va) a popolare le fila degli altri. Il veleno stanell’interazione fra quella riforma costituzionale e la già fatta riforma delsistema elettorale. E’ irragionevole berlo per soddisfare la sete dicambiamento.

Queste cose lescrivemmo prima, durante e dopo. Non credo possa sostenerle chi queste riformeha votato, anche se poi ha smesso di votarle, dopo averne consentitol’impostazione. Non può farlo un centro destra, una Forza Italia, che nonammetta l’errore e non cerchi di darsi una classe dirigente diversa. Il chevale anche per gli esponenti del Pd perdente. Neanche nel caso in cui il pattodel Nazareno (come auspicai) avesse avuto una sua versione economica, sarebbestato sano consentire il varo di un simile bastimento. Comunque, non accadde.Non abbiamo avuto né tagli della spesa pubblica, né abbattimento del debito, nédiminuzione della pressione fiscale (cresciuta). Se sperano che qualcuno li stiaad ascoltare, se non vogliono esser presi per dei saltapicchio dellachiacchiera, devono ripartire dall’ammissione di quell’errore. Altrimentisaranno altri a dipartire. Gli elettori.

C’è, poi, unaltro aspetto: i referendum servono alle minoranze sconfitte in Parlamento oalle maggioranza inascoltate degli elettori. Quando se ne impadroniscono igoverni diventano plebisciti, che della democrazia conservano la forma,l’inserire la scheda nell’urna, ma ne divengono la parodia. Qualche voltarivoltandosi contro chi li usa per altri fini. Con questo fuoco scherzano igoverni inglese e italiano.

Nei sistemi incui esistono i referendum propositivi (da noi no), servono a chi crede d’esseremaggioranza nel Paese, ma continua a non vedere approvate leggi che ritieneutili. Allora convoca i propri pari, seguendo la procedura prevista, e proponeloro di fare quel che il legislatore non sa o non vuol fare. Dove, come da noi,i referendum sono abrogativi, servono a cancellare leggi che il Parlamento haapprovato o non sa eliminare. Chi ritiene che i contrari a quella norma sianomaggioranza nel Paese convoca i propri pari e propone loro di abrogarla. Da noiesiste l’eccezione del referendum confermativo, che consente di sottoporre averifica le riforme costituzionali. Anche in questo caso c’è una procedura darispettare (qui non ce ne occupiamo), ma anche in questo caso lo strumentoserve a chi è contrario, altrimenti che convoca a fare gli altri cittadini?

In Scozia ebbesenso che i secessionisti abbiano convocato un referendum popolare persepararsi dal Regno Unito. Lo hanno perso, ma il quesito era sensato.L’opposto, invece, sarebbe stato insensato: volete voi restare uniti al Regno,lasciando le cose come stanno? Che domanda fessa: basta non porsela e siottiene la risposta. Ora David Cameron si trova alle prese con una similefesseria: vuole restare nell’Unione europea, sa che uscire sarebbe un dannoenorme, per gli inglesi, ha vinto le elezioni e dispone della maggioranzaparlamentare, ma oramai ha detto che il referendum si deve fare e ne è rimastoprigioniero. Un trionfo democratico? L’opposto: un fallimento democratico. Lademocrazia si basa sul potere delegato, altrimenti sarebbe assemblearismo. Puòchiamarmi al referendum chi è contro i vincitori e le tesi prevalenti, non chili guida ed elabora quelle tesi.

Da noi l’uguale:si fa passare una riforma costituzionale, il cui valore si chiarisce leggendolaassieme al nuovo sistema elettorale, poi si vuole che il popolo si rechi alleurne confermando la prima, ovvero dicendo “sì” o “no”, in un sol colpo, sumaterie numerose e diversissime, ma non avendo voce in capitolo sul secondo.L’obiettivo è il plebiscito. L’anticamera del voto politico, che eseguito conle nuove regole, porterà al monocolore. Una lama a doppio taglio, con la qualeci si sfregia inseguendo il trionfo, ma anche lasciando che in molti sianotentati dal tonfo. Perché, alla fine, non si vota pro o contro l’Ue o pro ocontro la riforma, ma per elevare o affossare il furbo che s’è fatto venire inmente l’idea di approfittare del plebiscito.


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