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   Politica Nazionale

martedì 29 marzo 2016

Le ragioni per votare si

di Marco Di Maio

Quandosi pensa a Stati europei da prendere a riferimento per l'Italia, quasi mai siricorre al caso della Romania. Eppure il bicameralismo paritario come quellodel parlamento italiano è un unicum assoluto, che trova analogie solo con ilsistema parlamentare di Bucarest (che pure ha differenziato negli ultimi anni icompiti dei due rami del parlamento). Basterebbe questa considerazione pergiustificare il sì al referendum del prossimo autunno, che sarà indetto perconfermare o meno la riforma della Costituzione che abbiamo varato inparlamento in cui si prevede, tra l'alto, il definitivo superamento delbicameralismo cosiddetto “perfetto”. Lo si prevede attraverso la trasformazionedel Senato in una camera non più a elezione diretta, ma composta da rappresentantidelle Regioni e dei Comuni italiani e chiamata ad esprimersi principalmentesulle materie di competenza delle autonomie locali (come già ai tempidell'Assemblea costituente auspicavano in tanti, tra cui il repubblicanoGiovanni Conti che di quella assemblea era vice presidente).

Ladefinitiva eliminazione delle Province come organi costituzionali checompongono la Repubblica è un altro punto della riforma che si lega con lemisure adottate in questa legislatura per semplificare i livelli di Governo,incentivare i Comuni alle unioni e alle fusioni, alleggerire il peso delloStato. Anche questo obiettivo è da sempre tra i punti principali della granparte dei partiti che compongono l'arco costituzionale. Lo almeno da quandovennero istituite le Regioni, la cui nascita stimolò contestualmente laproposta di abolizione delle Province da parte di Ugo La Malfa, seguito a ruotadal Pci di Enrico Berlinguer che lo mise nero su bianco con una lettera apertanel 1974 in risposta alle tesi del leader repubblicano. Anche in questo caso,dunque, un dibattito che viene da lontano.

Tuttaviasarebbe riduttivo limitare a questi due importanti elementi le ragioni del Sìal referendum costituzionale a cui tutti gli italiani saranno chiamati adesprimersi. Intanto va evidenziato, anche per smentire le tante informazionifuorvianti che vengono diffuse, che il testo di legge non interviene in alcunmodo sui principi cardine della Carta. Non si toccano, inoltre, le prerogativedel Presidente della Repubblica (che per essere eletto dovrà, nella peggioredelle ipotesi, avere il consenso almeno dei 3/5 dei votanti a partire dalsettimo scrutinio a differenza di oggi, quando basta la metà più uno deicomponenti) e tanto meno quelle della Corte Costituzionale (a cui, anzi, si prevedela possibilità di ricorrere in via preventiva per vagliare la costituzionalitàdelle leggi elettorali, a partire dalla nuova varata in questa legislatura).

Sisemplifica l'iter attraverso cui vengono fatte le leggi, introducendo tempicerti per l'approvazione di quelle più importanti più importanti (previo votodella Camera sulla programmazione delle priorità) e limitando i decreti legge.Si incrementa la possibilità di partecipazione attiva da parte dei cittadiniintroducendo il referendum propositivo e di indirizzo (fino ad oggiinesistente) e prevedendo che le leggi di iniziativa popolare vengano esaminatedalla Camera in tempi predefiniti e non più senza alcun obbligo temporale comeavviene oggi. 

Vienemessa mano al Titolo V della Costituzione, ovvero alla ripartizione dei poteritra Stato e Regioni, eliminando quel pernicioso istituto della “legislazioneconcorrente” che he paralizzato l'attività legislativa e aperto la strada acontenzioni infiniti tra Stato e Regioni. A proposito di Regioni, viene scrittoin Costituzione che un consigliere regionale non potrà percepire un'indennitàsuperiore a quella del sindaco del Comune capoluogo, si sopprimono itrasferimenti monetari ai gruppi consiliari delle Regioni, si introduce ilprincipio dei “fabbisogni standard”, viene sancito per sempre il vincolo dellatrasparenza per tutta la Pubblica amministrazione.

Infineuna considerazione sull'assurda accusa che viene fatta al “combinato disposto”tra riforma costituzionale e nuova legge elettorale, ovvero il fatto che unpartito da solo possa prendere il comando di tutto il Paese. Se si vuoletrovare una critica ad una legge elettorale che – come avviene per i sindaci,come avviene in Francia – demanda ad un referendum tra le prime due liste edunque ad un nuovo voto da parte di tutti gli aventi diritto la scelta di chideve governarli, è meglio puntare su altro. Avere maggioranze stabili inparlamento è un bene per l'Italia e per la democrazia. O forse è preferibilelasciare tutto così com'è in una Repubblica che quest'anno celebra i suoi primi70 anni di vita avendo visto susseguirsi 63 governi diversi?


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