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|  domenica, 27 maggio 2018
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   Politica Nazionale

mercoledì 26 aprile 2017

Uno scenario cambiato profondamente

di Enrico Cisnetto

Nonc’è stata “l’apocalisse” dopo il referendum del 4 dicembre scorso, come purequalcuno aveva preventivato, ma lo scenario è cambiato profondamente, anche se inmolti non sembrano ancora aver capito cosa sia successo e, soprattutto, qualirischi corriamo.

Consumatala scissione dentro al Pd – che non passerà certo alla storia, perché povera dicontenuti programmatici e culturali – bisogna trarre le conseguenze di questopassaggio politico, figlio naturale della sconfitta di Matteo Renzi alreferendum che testardamente e stupidamente ha voluto e imposto al Paese.Quelle interne al Pd possono essere liquidate in poche battute, e riguardano piùchi è rimasto piuttosto che chi ha fatto le valigie. Infatti, le candidature diEmiliano e Orlando alle primarie hanno il vero obiettivo di impedire a Renzi diraggiungere il 50%, perché in quel caso a scegliere il segretario del Pdsaranno i delegati nell’assemblea nazionale e non i cittadini dei gazebo, conla conseguenza che un eventuale accordo tra Emiliano e Orlando metterebbe fuorigioco l’ex primo ministro. Se poi, invece, Renzi ce la dovesse fare, comesembra, saprebbe che c’è una componente decisiva per la sua tenuta, pronta astaccare la spina di fronte ad ulteriori egocentrismi.

Inogni caso, se il Pd crede di recuperare a sinistra ciò che ha perso nelleultime tornate elettorali e dopo la scissione, si sbaglia di grosso. E sequesto errore di miopia politica viene assecondato dal governo, l’effetto diventadevastante. Per esempio, la decisione di cancellare totalmente i voucher conl’obiettivo di evitare il referendum che sul tema aveva indetto la Cgil,appartiene esattamente a questa categoria di bischerate. Sia chiaro, di quellaconsultazione il Paese non sentiva certo l’esigenza, ma se dentro il Pd èlegittima l’ansia di evitare altre spaccature, lo stesso non si può dire per ilgoverno, che dovrebbe invece badare agli interessi generali. E avere vitaautonoma. Ciò che è più grave è non capire che una scelta del genere favorisceil vero “nemico da battere” della prossima competizione elettorale: i grillini.Anzi, questa scelta rappresenta uno straordinario contributo alla “grillizzazione”del Paese.

Fatecicaso: l’abolizione dei voucher era nell’agenda dei 5 Stelle, ora è Gentiloni adaverla realizzata; alla proposta pentastellata del “reddito di cittadinanza”fanno pendant quella renziana del “lavoro di cittadinanza”, quella di ForzaItalia (Brunetta) finalizzata a garantire un impiego (o indennità) trimestralea tutti, e quella di Salvini di un “reddito di sussistenza”. Con lesimilitudini si potrebbe andare avanti all’infinito, perché sia a sinistra chea destra l’inconsistenza politica e programmatica ha creato un micidialemeccanismo di subordinazione culturale al grillismo dilagante. Senza avercapito che Grillo non si batte sul suo terreno, perché più lo si insegue e losi copia, e più dilaga. E più che al voto in Olanda, infatti, è necessarioguardare alla competizione presidenziale in Francia. Al nazional-populismo delFront National, Macron ha opposto con successo una campagna elettorale tuttagiocata sull’europeismo, oltretutto uscendo dal partito socialista che svoltavaa sinistra. A parte gli emuli (malriusciti) di Le Pen (Salvini e Meloni), la componentemoderata del Paese, allora, dovrebbe capire che non conviene scimmiottare igrillini.

Ancheperché la vera partita, prima economica e poi politica, si gioca in Europa econ l’Europa. A fine aprile dovrà essere approvato il Def in Parlamento e saràvarata la manovra correttiva chiesta con insistenza da Bruxelles, anche persolo 3,4 miliardi di sforamento. Su come recuperare quei soldi tra il governo eRenzi è scoppiata nuovamente la polemica, con quest’ultimo che ha minacciato lafine della legislatura in caso di introduzione di nuove tasse. Ma, ancora unavolta, la discussione è fuorviante, poiché molti paesi hanno sfidato laprocedura d’infrazione in modo ben più grave senza che nulla accadesse. Anzi, conil deficit hanno fatto politiche anticicliche di crescita. E’ ovvio che Bruxellese Berlino si sentano prese in giro da chi sottoscrive impegni e poiregolarmente non li rispetta. Ma in tutto il continente, soprattutto nella fasepre-elettorale in Germania e in Francia, c’è in ballo la tenuta dell’argine,non solo nazionale ma anche continentale, nei confronti delle spintesovraniste, che si sono già rese vittoriose con la Brexit. Ora, non solo ènormale, ma pure opportuno che ci sia la forte preoccupazione che quella digapossa cedere in Italia con la vittoria dei 5 Stelle, magari supportati dal duoanti-euro Salvini-Meloni. E le probabilità crescono proporzionalmenteall’incapacità di governare delle forze politiche che dovrebbero fungere daargine, mentre tra beghe di partito e polemiche sui decimali i partititradizionali perdono l’ultimo briciolo di credibilità agli occhi di un’opinionepubblica sempre più delusa, spaventata e incattivita. Il tema non è il deficit,l’eventuale aumento dell’Iva o qualche soldo in più in tasca agli italiani, mala creazione di un progetto politico alternativo – e non fotocopiato male – alpopulismo grillino.

Noisiamo il Paese più a rischio, con il più alto debito e il minor tasso dicrescita in Europa. Oltretutto, con il pericolo che la politica monetariaultraespansiva di Mario Draghi vada a concludersi, dopo essere stata la nostraunica e vera ancora di salvezza. Con la fine del Quantitative Easing ciritroveremmo non solo a pagare 20-30 miliardi all’anno in più di oneri suldebito, ma avremmo il fianco scoperto ad attacchi speculativi come quelli del2011, senza però avere più alcuna cartuccia difensiva. Ecco perché l’Europa ciimpone la manovra correttiva e pretende che la prossima legge di bilancio attuiinterventi draconiani (almeno 20 miliardi). Per carità, possiamo dire checostoro sono brutti e cattivi, possiamo contestare (anche con ragione)un’austerità fine a se stessa, ma questo non ci esime dal dover fare i conticon una situazione strutturale di finanza pubblica che ci rende drammaticamentevulnerabili. E si sbaglia chi crede che siamo too big to fail: la corda dell’eurosistema è talmente prossima allostrappo per poter contare sulla benevolenza altrui.

Per questo il vero tema è il governo Gentiloni. Lalegislatura va portata a compimento. E questi mesi sono l’occasione per parlareagli italiani e offrire loro, ridandogli la speranza, la ricetta per farripartire il Paese. Poco importa se il tempo a disposizione è esiguo e lepossibilità concrete di fare poche. Di fronte alla gravità dei problemi cheincombono, al cospetto delle attese europee e con il rischio crescente che lapochezza della politica induca gli italiani a usare grillini e associati perrifilare l’ennesima sberla ai partiti tradizionali, dare un segno di vitalità è fondamentale.

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