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|  martedì, 17 luglio 2018
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   Politica Nazionale

mercoledì 26 aprile 2017

Il rischio della terza repubblica

di Pietro Caruso

Mi piacerebbe scrivere che le prossime elezioni politiche saranno un altro passaggio indolore per la vita della Repubblica Italiana. Non lo credo. Anzi, ne sono spaventato assai più del terribile 1994 o del difficile 2001 e invece già con le elezioni politiche del 2013 ho registrato con quei risultati elettorali la netta sensazione che il motore democratico italiano si è inceppato e fa fatica a ripartire. Lo stallo di quei risultati si è evidenziato e ha consegnato un quadro politico di instabilità a cui si è cercato di rimediare con la intransigente volontà del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di non tornare alle urne, con la rigidità del Movimento Cinque Stelle di non accogliere l'invito di Pierluigi Bersani a formare un nuovo governo di coalizione,con la nascita successiva di tre governi con Letta, Renzi e ora Gentiloni senza concludere la legislatura. Può darsi che questa tormentata legislatura si concluderà il prossimo febbraio 2018 ma ci si arriva con una tensione che la prova referendaria ha acuito. Nel Referendum del 4 dicembre scorso è stata messa troppa carne al fuoco e il grande arrosto si è bruciato. Non si è salvato nulla. Eppure bisognava cucinare qualcosa perché la mensa della democrazia italiana ha bisogno di innovazione ma deve trovare un minimo comune denominatore per stare insieme. Renzi ha avuto troppa fretta. Lo aveva avvertito chi, fin dal dicembre del 2014, aveva posto lo spacchettamento dei quesiti come una precondizione per non rendere indigeribile un menu troppo ricco. Solo che lo chef stellato tira diritto anche quando i fumi della cucina anticipano sgradevoli risultati delle pietanze sui fornelli. E ora? Ora siamo impaludati. La prova lampante è la mala gestione della riforma elettorale. Diciamo come la vorremmo noi. O un nuovo proporzionalismo alla tedesca con sbarramento al 5 per cento. Oppure un semi maggioritario con doppio turno alla francese con premio alla coalizione vincente al secondo turno con soglia minima al 40 per cento. Collegi uninominali di 100-150 mila abitanti con un solo capolista e mono preferenza. Invece non sarà così. E le prossime politiche potrebbero riprodurre uno scenario 1992 con la ricerca delle maggioranze dentro al nuovo Parlamento con una navigazione a vista in mari procellosi. Manca uno spirito repubblicano che è un requisito morale della politica.

Chi come noi crede alla democrazia auspica una concordia sugli strumenti di base coi quali lecittadinanze possono confrontarsi. Le occasioni ci sono state per riformare il sistema politico. Le elezioni del 1994 erano l’occasione giusta dopo Tangentopoli, ma non si è avuto il coraggio di convocare una Assemblea costituente che desse vita alla Seconda Repubblica. Così è nata la Repubblica prima bis, spacciata dalla incompetente pubblicistica come Seconda Repubblica. E ora siamo alla vigilia di una Terza Repubblica che non sarà una Prima Ter, ma un rischio per lo stravolgimento della democrazia italiana nella quale potrebbero essere eliminati anche i tratti ancora vitali delle istituzioni democratiche fondate sulla rappresentatività dei partiti. La Repubblica liquida non esiste. Per questo siamo in pericolo, ma del resto quando pochi si rendono conto che la crisi è strutturale anche dal punto di vista economico el'Occidente nel quale ci siamo riconosciuti è nel labirinto possiamo fare poco. Abbiamo però il dovere di partecipare e dire la nostra senza rinunciare a segnalare quale siano i rischi delle divisioni. Se le cosiddette classi dirigenti non sono serie e rigorose nel dare di esempio finiscono per decadere. Portano con sé anche buone ragioni ma i nuovi Barbari non lo riconosceranno. Se non si riforma, si è superati dalla Storia ma lo spirito riformatore o ha uno spirito di unità repubblicana o non lo èquindi si sgretola e perisce .


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