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|  domenica, 27 maggio 2018
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   Politica Nazionale

mercoledì 26 aprile 2017

Un ruolo più forte della politica

di Marco Di Maio

Quanto quella del 4dicembre 2016 sia stata una data fondamentale per la storia italiana, locapiremo fino in fondo solo nei prossimi anni. Quello che possiamo fare oggi èosservare con attenzione questi primi sei mesi dopo il voto per cercare dicomprendere cosa potrà aspettarci un domani.

Dico subito -cogliendo l'occasione anche per rendere omaggio a quello che, probabilmente, èstato il più grande scienziato politico che l'Italia abbia conosciuto, GiovanniSartori -, che, secondo la mia opinione, nella migliore delle ipotesi citroveremo di fronte un “pluralismo polarizzato”.

Sartori ha coniatoquesta definizione nella sua teoria sui sistemi partitici per descrivere unasistema  in cui: operano più di cinquepartiti; vi è una forza impegnata più frequentemente di altre al Governo; visono opposizioni con posizioni radicali o estreme, a sinistra e a destra; vi èla presenza di partiti anti-sistema.

Non so dire seSartori avrebbe utilizzato tale definizione anche per rappresentare lasituazione di oggi; in ogni caso, a me questa pare la cornice che, meglio diqualsiasi altra, è in grado di rappresentare il contesto in cui viviamo. Sepensiamo al fatto che essa risale al 1966, ci rendiamo conto, da una parte, diquanto fu lungimirante il professore e, dall'altra, di che arretramentopotrebbe subire il quadro politico italiano se non dovessero intervenirecorrettivi di una certa sostanza.

Cercando dispogliarmi per un attimo dalla mia appartenenza politica, vorrei porreall'attenzione del lettore le parole di un'eminente editorialista del nostroPaese, Adriana Cerretelli, pubblicate qualche settimana fa sul “Sole 24 Ore”.

“C'è un problemaitaliano in Europa, irrisolto e aggravato dalla prospettiva di una instabilitàpolitica incontrollata che si somma a quella economico-finanziaria, dove ilritorno al proporzionale sembra fatto apposta per frantumare il quadroriportando il Paese nell'incubo dell'ingovernabilità”, dice la Cerretelli. Lapartita che, come Paese, ci giochiamo nei prossimi mesi è, a mio avviso, proprioquesta: la stabilità del sistema.

Se c'è un merito(tra i molti, dal mio punto di vista) che va riconosciuto all'esperienza delGoverno Renzi è quello di essere riuscita a riportare l'Italia al centrodell'Europa; di aver imposto nella discussione interna alle istituzionicontinentali temi che prima erano solo marginali (flessibilità, politichefiscali, Mediterraneo per citare tre esempi) e, soprattutto, di avercirestituito quella credibilità che per lungo tempo era mancata.

Alla fine del 2017avremo un'Unione europea con i suoi principali motori – la Francia e laGermania - pronti a girare a pieno regime; sì, perchè, qualunque sia l'esitodelle elezioni politiche di questi Paesi, le regole del gioco dei loro sistemipolitici garantiscono la creazione di Governi stabili, in grado di governarecon una certa continuità.

E l'Italia? Inquali condizioni affronterà i prossimi decisivi mesi? Quale Italia avremo dopole elezioni politiche, che verosimilmente si terranno a febbraio 2018?

Allo stato attuale,stando ai sondaggi - anche quelli più accreditati - non sembrano esserci forzepolitiche in grado di raggiungere, da sole, il 40% dei voti (e cioè la sogliaminima per ottenere il premio di maggioranza, così come stabilito dallasentenza della Corte costituzionale sull'Italicum).

Ciò significa che,se le cose dovessero andare così, si dovranno necessariamente costruiremaggioranze in Parlamento, capaci di arrivare oltre il 50% dei seggi, aMontecitorio come a Palazzo Madama. Accordi, però, che saranno difficili daraggiungere, stante un sistema proporzionale che, per sua natura, incentivadivisioni e scissioni più o meno ampie. Il rischio, assai rilevante, è dunquequello di ritornare al voto una seconda volta, con grossa probabilità,tuttavia, che il risultato sia il medesimo della prima: l'ingovernabilità.

Quello a cuiandremo incontro, se non si modificherà lo stato attuale delle cose, sarà unastagione  politica costellata dallanascita e dalla morte repentina dei Governi; con la conseguenza che le istituzionisaranno in ostaggio dei diktat e dei ricatti di partiti e partitini.

Dunque, che fare?Innanzi tutto, non dobbiamo rassegnarci a questa tendenza alla frammentazione edobbiamo mettere in atto ogni strategia utile per produrre un sistemaelettorale differente da quello che si è delineato con le sentenze della Cortecostituzionale (quella del 2014 sul Porcellum; e quella del 2017sull'Italicum).

Occorre poi noncedere alla tentazione di inseguire i movimenti anti-sistema giocando lapartita sul terreno a loro più favorevole, e cioè quello della demagogia, delloscontro, della delegittimazione dell'avversario e delle istituzioni.

Il punto, infatti,non è chiedere meno politica; piuttosto, va invocato un ruolo più forte dellaPolitica, quella con la P maiuscola, capace di marcare la differenza con ipopulisti attraverso il rifiuto di una cultura politica fatta solo di “denunciadel problema” e di ricerca di un capro espiatorio (un atteggiamento tipico deimovimenti antisistemici).

Il nostro ruolo stanell'assunzione di responsabilità di chi è consapevole, e sente il dovere ditrovare soluzioni ai problemi, non solo di denunciarli. L'argine più solido chepossiamo costruire contro il vento populista che sta sferzando l'Europa e lademocrazia, non è dato dalla mera condanna nei confronti delle idee per noisbagliate avanzate dai Trump, dai Le Pen, dai Grillo.

Il nostro arginenon può essere rappresentato dell'accusa agli elettori che sono finiti peraccordare le loro preferenze a quei partiti; nè a coloro che, spesso in buonafede, cercano rifugio dalle proprie paure tra le braccia apparentementerassicuranti dell' ”uomo forte”. 

L'argine su cui i riformisti ei democratici devono lavorare è quello dell'ascolto e della ricerca di risposteconcrete e diverse ai bisogni delle persone, specie di quelle più spaventate.La sfida più grande dell'Europa, dell'Italia e della Politica è tutta qui

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